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Carezza Blu – Michele Moro

Carezza Blu – Michele Moro

C-Side Writers è un blog che seguo ormai da più di un anno, le sue recensioni sono sempre molto particolari e cercano di estrapolare i dettagli più oscuri dei libri. Queste sono le impressioni che hanno avuto gli autori del blog sul mio ultimo racconto ‘Carezza Blu’, edito per Inknot Edizioni.

 

C-Book- Le recensioni (165)  CAREZZA BLU Michele Moro (Inknot Edizioni) Il lato A (la copertina) Il lato B (la storia, i protagonisti) Di Michele Moro si può dire che ha un approccio visionario all…

Sorgente: Carezza Blu – Michele Moro

 
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Pubblicato da su 24 dicembre 2016 in Altro

 

È uscito il mio nuovo racconto: Carezza Blu – Inknot Edizioni

È uscito il mio nuovo racconto: Carezza Blu – Inknot Edizioni

È uscito il mio ultimo racconto per la casa editrice Inknot Edizioni, dal titolo ‘Carezza blu‘: si tratta di un giallo un po’ particolare, con il quale ho cercato di dare un nuovo significato al termine ‘mostro’.
Era da un po’ di tempo che non scrivevo su questo blog, purtroppo il lavoro mi assorbe completamente in questo periodo, ed è difficile rispettare tutti gli impegni.
Seguo sempre i vostri blog e i contenuti – fortunatamente posso ricamarmi del tempo per leggere e dato che mi piace conoscere le persone, i vostri scritti sono sempre molto interessanti. Mi piacerebbe essere più presente e condividere più notizie ma, per ora, posso solo leggervi (è sempre un piacere fare un giro nelle vostre teste).

Di seguito vi lascio la trama e i link dove potrete trovare il libro, spero vi piaccia:

Trama: Como, la tranquillità di un condominio per non residenti viene spezzata da una serie di furti bizzarri che colpiscono i vari inquilini: ad Andrea, studente di scienze politiche, viene rubato il mangime per pesci, a Rosaria, una signora vedova che alloggia lì momentaneamente per assistere il fratello, sparisce il fard e la cipria, a Roberto e Claudia, una giovane coppia, vengono sottratte le pale del ventilatore. I furti avvengono sempre di notte e sono accompagnati dal sogno di una creatura mostruosa con i tentacoli che angoscia le vittime. La situazione precipita quando Andrea si risveglia con una strana ferita all’addome che in pochi giorni si infetta e lo uccide. Le indagini iniziano ma non portano a nulla di concreto. Il colpevole non lascia traccia di sé, le porte e le finestre risultano sempre chiuse e non ci sono segni di scasso.

Una storia intricata, al limite della realtà incolla il lettore alle pagine, portandolo attraverso il racconto dei vari protagonisti a scoprire chi si cela dietro questi furti.
I protagonisti del romanzo indagano se stessi e i loro atteggiamenti verso gli altri, la loro sfera emotiva viene sezionata per mostrare al lettore che il male assoluto, così come il bene, non esistono e le azioni compiute derivano sempre dall’ambiente o dalla situazione in cui si sviluppano.

Per ora si trova solo in versione e-book sul sito dell’editore, su Amazon e altri siti, ma potrebbe uscire anche la versione cartacea, se richiesta:

– Carezza Blu: link ad Amazon
– Carezza Blu: Link Inknot Edizioni

Vi ringrazio per l’attenzione che riservate al mio blog, buona lettura!

 
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Pubblicato da su 26 novembre 2016 in Altro

 

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Recensione: Coherence di James Ward Byrkit

Recensione: Coherence di James Ward Byrkit

Per recensire questo film è necessario fare una premessa e cioè spiegare cosa sia la decoerenza quantistica. Tutti noi conosciamo il gioco mentale chiamato Gatto di Schrödinger. In sostanza, mettendo un gatto all’interno di una scatola sigillata assieme a una fiala di veleno e fino a quando quella scatola rimarrà chiusa, il povero felino potrebbe essere sia morto, sia vivo, almeno fino a quando non andremo ad aprirla per verificare cosa sia successo. La decoerenza quantistica è stata proposta da Heinz-Dieter Zeh nel 1970 e sviluppata in un secondo momento da Wojciech Zurek. Fintanto che uno stato rimane isolato dall’ambiente, permane una situazione di superposizione, vale a dire che ogni stato è coerente con gli altri (in sostanza, non si mischiano). Il problema sorge nel momento in cui ci si imbatte nella Fisica Classica, ovvero quella riguardante il mondo macroscopico (il nostro), in questo caso la coerenza degrada rapidamente e tutti gli stati assumono la cosiddetta decoerenza. Si ha così il passaggio dalla Meccanica Quantistica alla Fisica Classica.
Più il sistema risulta complesso, più rapido sarà il passaggio dalla coerenza alla decoerenza.

Veniamo ora al film Coherence.

Coherence recensione

Trama:
Durante una serata fra otto amici, una Cometa transita a distanza ravvicinata dalla Terra. Tutto sembra procedere normalmente, le persone mangiano, bevono. L’unica cosa strana è lo schermo del cellulare di una delle protagoniste, a un certo punto, inspiegabilmente, si rompe. Stessa cosa succede a un altro protagonista. Poco dopo, durante il passaggio della Cometa, il generatore di corrente della casa si spegne e la connessione a internet cade. Hugh, uno degli amici, ricorda agli altri invitati le parole che suo fratello, un fisico teorico, gli disse :”Se succede qualcosa di strano, non uscite di casa per nessuna ragione“. Ovviamente gli otto amici non prestano molta attenzione alle parole di Hugh e presto si ritroveranno ad aver a che fare con la decoerenza quantistica.

Analisi:
Inizio con il consigliare questo film, sia per gli amanti della Fisica, sia per gli amanti del Thriller. Nonostante sia stato girato con un badget limitatissimo – l’ambientazione, per quasi tutto il film, si riduce alla casa di uno degli otto amici – l’ansia sale vertiginosamente fin dai primi minuti. Il film tiene molto bene e riesce a spiegare il significato della decoerenza quantistica senza adoperare Deus Ex Machina e spiegazioni dilungate. Sono sufficienti le azioni degli otto personaggi e l’evolversi degli eventi per far precipitare lo spettatore in una spirale di impazienza. Questo è uno di quei rari esemplari di esperimento cinematografico. Infatti gli attori non avevano una vera e propria sceneggiatura, ma un canovaccio da seguire. Ward Birkyt, il regista, ha spiegato loro cosa fosse la decoerenza quantistica, limitandosi a fornire delle indicazioni su come si sarebbero dovuti sviluppare gli eventi. Il resto è opera del caso. Purtroppo esiste solo in inglese, ma ci sono delle versioni su internet sottotitolate in italiano. La decoerenza, inoltre, non è solo limitata alla Fisica, ma si estende ai rapporti interpersonali e alle dinamiche relazionali fra gli otto invitati, che evolveranno anch’esse fino a raggiungere uno stato che definirei: decoerenza comportamentale.

 
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Pubblicato da su 4 novembre 2015 in Recensioni - Film

 

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Da una fine all’altra del mondo (Ottolibri Edizioni): Presentazione presso Biblioteca Rembrandt 12

Michele Moro, Da una fine all'altra del mondo

Venerdì 6 Novembre presenterò il mio romanzo d’esordio Da una fine all’altra del mondo (Ottolibri Edizioni) presso la Biblioteca Rembrandt 12 a Milano. Parlerò del libro, dei temi che ho voluto affrontare, ci sarà anche un musicista che accompagnerà la serata e una cantante. Per chi vorrà, porterò con me un po’ di copie e sarà un’occasione per conoscerci e conoscermi.

Trama:
Da una fine all’altra del mondo è un romanzo a metà tra il racconto di formazione e una storia di fantascienza. Il protagonista è un ragazzo che, avendo appena perso il lavoro e vivendo da solo nella sua casa d’infanzia nella periferia milanese, deve fare i conti con il suo carattere introverso e tormentato e, in particolare, con un sogno che lo assilla. Nel sogno rivede sua nonna, scomparsa misteriosamente dieci anni prima, in una spiaggia in cui andava da bambino. Una sera, tornando a casa con il suo migliore amico Teo, trova una busta anonima nella cassetta delle lettere. Dal momento in cui apre quella busta il protagonista comincerà a ricevere telefonate anonime, verrà pedinato e riceverà strane visite notturne da parte di un maiale antropomorfo di nome Mr. Krinkle, in una dimensione solo in apparenza onirica, ma a metà tra il sogno e la vita reale. Dovrà così intraprendere un percorso sia intimistico, sia fisico, che lo condurrà alla risoluzione dei suoi conflitti e di un mistero racchiuso per anni nei suoi sogni.

Per chi volesse saperne di più, questa è la mia pagina Facebook: Michele Moro, e qui di seguito vi lascio un video di presentazione su Espansione TV, per il programma Angoli, condotto da Virginia Torriani.

 
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Pubblicato da su 1 novembre 2015 in Altro

 

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Momenti di conflitto

Questo è un sogno ricorrente, uno di quelli che mi capita di fare nei momenti di conflitto, quando lo stress prende il controllo delle mie facoltà mentali.

Guerra

Mi trovo nel cortile di casa mia. Il palazzo grigio dietro di me, il manto erboso con il solito campo da calcio davanti ai miei occhi.
La peculiarità della zona in cui risiedo è quella di essere un parco. Un posto molto ampio, con una lunga fila di alberi al centro della via e qualche pino agli angoli.
Non c’è nessuno in giro, ma il cielo è limpido, azzurro intenso e il sole è molto caldo e luminoso. Una giornata così gradevole da sembrare innaturale.
Comincio a camminare lungo il viale che porta alla statale e collega tutti i paesini limitrofi a Milano. La via Novara.
Anche fra le viuzze da cui sporgono le villette non compare nessuno.
Sembra l’ora di pranzo della domenica.

Tutto a un tratto il cielo comincia a scurirsi. Lungo l’orizzonte un manto nero, corposo e lampeggiante si fa strada sopra ogni cosa: i tetti delle case, i lampioni, le strade, la mia testa.
Tutto diventa buio, come di notte durante un temporale.
E la tempesta arriva.
Comincia a piovere, qualche goccia leggera che pian piano si allarga e intensifica. Il vento sradica i rami degli alberi, li prosciuga delle loro foglie.
Lo scroscio della pioggia non è come l’applauso di cui parlava D’Annunzio.
Ha qualcosa di sinistro, un fischio che diventa via via più forte. Il rumore di una bomba che sta per impattare al suolo.
Poi l’allarme, quello antiaereo.
E iniziano i colpi di fucile.
Le persone escono dalle case, scappano, urlano mentre nella via cominciano a farsi largo degli uomini in divisa con in braccio un fucile a baionetta.
Hanno delle maschere antigas che coprono il volto, non sembrano umani. Occhi di vetro neri, opachi, dai quali non riesci a percepire alcuna umanità.
Donne e bambini vengono falciati dalle mitragliatrici.
Un aereo poi, sopra tutti gli altri, molto più ampio, inizia a sganciare grossi barili marroni che, cadendo al suolo, rilasciano gas nervino.
Cerco in tutti i modi di nascondermi, di coprirmi la bocca con una sciarpa, un fazzoletto o una manica. Ma non ci riesco. Allora trattengo il respiro, gonfio i polmoni e corro verso casa.
Trovo la mia cantina, provo ad aprirla ma è chiusa con un lucchetto.
Cerco la chiave, ma non la trovo.
Non riesco a ripararmi, le bombe continuano a cadere e nel momento in cui tento di tornare di sopra, nella mia stanza, il mio palazzo cambia continuamente configurazione e mi perdo in un labirinto che ha le stesse mura di casa mia. Solo, non finiscono mai.

 
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Pubblicato da su 24 luglio 2015 in Grotta degli incubi

 

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Recensione: Wes Craven – Il Serpente e l’Arcobaleno

Nella leggenda Voodoo
il serpente è il simbolo della Terra.
L’arcobaleno rappresenta invece il Paradiso.
Tra i due, tutte le creature vivono e muoiono.
Siccome è dotato di un’anima,
l’uomo può venire a trovarsi in un luogo orribile
dove la morte è solo l’inizio.

Tratto dal romanzo di Wade Davis “The Serpent and the Rainbow”, questo film di Wes Craven del 1988 è un compendio di horror, pratiche Voodoo e, più nello specifico, magia nera e negromanzia.

il-serpente-e-l-arcobaleno

Trama: Dennis Allan, antropologo di Harvard, decide di visitare Haiti in seguito alle voci e alle leggende che parlano di morti viventi in quel luogo. Più nello specifico, viene assunto per trovare una potente droga in grado di indurre uno stato di morte apparente in chi ne viene a contatto.

Analisi: Per chi conosce la serie di Nightmare e quel goliardico incubo di Freddy Krueger, guardando questo film non potrà fare a meno di sognarselo ancora una volta, di immaginare la sua mano completa di artigli strisciare sopra qualche muro sotterraneo. Possiamo ritrovare, in questo film, tutti gli elementi classici di Wes Craven: l’onirismo, le allucinazioni, la perdita di contatto con la realtà e l’ingerenza maligna nei sogni del protagonista da parte dello stregone Peytraud, con il quale si scontrerà nel finale e salverà la bella psichiatra, nel frattempo divenuta sua amante, Marielle Duchamps.
Un film nostalgico, per certi versi, che ci riporta negli anni ottanta. Non il migliore e nemmeno quello definitivo del regista, che in questo caso non supera a pieni voti la prova.

 
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Pubblicato da su 21 luglio 2015 in Recensioni - Film

 

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Di che colore sono i tuoi sogni?

A volte è difficile ammettere che un sogno appena fatto non sia del tutto umano.

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Mi trovavo in camera mia, in mezzo alle lenzuola arrotolate come una pasta sfoglia. Era buio fuori, il cielo nero come se qualcuno avesse spento le luci del mondo. In qualche modo, però, riuscivo a vedere nell’oscurità. C’era un fiotto di luce verde acido che sbucava da sotto il letto e rimbalzava sul soffitto.
Tastai le coperte, qualcosa si muoveva sotto, faceva avanti e indietro.
In un primo momento non ebbi il coraggio di vedere cosa fosse. Ero attratto da quella luce sotto di me. Così mi alzai, anzi, strisciai fino al bordo del letto e lasciai penzolare la testa per vedere cosa ci fosse sotto.
Era qualcosa di umanoide, giallo fosforescente. Non aveva occhi, ma dalla testa, proprio in mezzo a quella che doveva essere una fronte, spuntava una protuberanza piatta e rigida.
Mi guardò, con cosa non saprei dire, dato che non aveva occhi. Nella mia mente pensai fosse in grado di percepire le variazioni di calore cutanee e che da quelle riuscisse a individuare la mia espressione. In quel momento ero curioso, quindi non presentavo alcuna minaccia nei suoi confronti.
Tornai su con la testa, la cosa che si muoveva sotto le lenzuola non era solo una cosa, ma due, e stavano facendo sesso.
Una delle due, la femmina probabilmente – era in posizione passiva, a pancia in su, alla missionaria – aveva la testa trasparente e dal bordo del letto riuscivo a vedere il suo cervello blu che si illuminava come una gabbia di lucciole. Aveva due occhi grandi e viola, a forma di noce, un mento spigoloso e piccolo e i lineamenti molto delicati, androgeni.
Più i colpi che riceveva si intensificavano, più quelle lucciole ruotavano attorno alle sue circonvoluzioni; era uno spettacolo simile alle meduse fosforescenti che abitano gli abissi.
Il – probabile – maschio, invece, aveva l’epidermide giallo pannocchia, dall’aspetto coriaceo, duro, come pelle d’elefante. La testa si divideva in due rami cilindrici delle dimensioni di un polso, sulle cime spuntavano due occhi rossi, le sue labbra sorridevano e in qualche modo, continuando a guardare quella scena, anche io cominciai a eccitarmi.
Nel frattempo, il terzo umanoide, quello sotto al letto, salì dalla parte opposta alla mia e illuminò meglio la stanza, anche se la luce che irradiava non andava più in là della sua pelle.
Guardò gli altri due, annusò – con non so quale organo olfattivo – l’aria e si avvicinò lentamente, un po’ come farebbe un cane randagio al quale offri del cibo.
Arrivato in prossimità della femmina dal cervello blu, le diede un colpo con la sua protuberanza, quella sulla fronte, e la sua testa esplose in mille gocce della dimensione di un pugno. Notai che all’interno di ognuno di loro, vi era una lucciola. Quelle gocce, come bolle di sapone o minuscoli universi, presero a volare e a scomparire oltre il soffitto.
Il maschio, preso dalla foga, continuò il suo rito sessuale da solo e in quel momento mi svegliai.

 
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Pubblicato da su 17 luglio 2015 in Grotta degli incubi

 

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Recensione: Fyodor Dostoevskij – Memorie dal sottosuolo

“Mi davo alla depravazione solitariamente io, di notte, di nascosto, pavidamente, sudiciamente, con una vergogna che non mi lasciava nei momenti più ripugnanti e che anzi in quei momenti giungeva fino alla maledizione. Già allora portavo nell’anima mia il sottosuolo. Avevo una tremenda paura che in qualche modo mi vedessero, m’incontrassero, mi riconoscessero. E giravo per vari luoghi molto oscuri.”

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Trama: Il libro si articola su due parti.
La prima si intitola Il sottosuolo, ed è un monologo nel quale il protagonista, rifugiatosi nel sottosuolo, disseziona e critica i valori del positivismo, che fonda i suoi caratteri dominanti sulla scienza e sulla ragione.
La seconda parte, intitolata “A proposito della neve bagnata” riguarda situazioni accadute sedici anni prima, quando il protagonista lavorava come impiegato burocratico.

Analisi: Questo romanzo breve, uno dei più importanti di F. Dostoewskij, si potrebbe definire come l’antitesi universale di tutto ciò che l’uomo del diciannovesimo secolo avrebbe voluto essere. Nel primo monologo Dostoewskij evidenzia l’impossibilità dell’uomo di essere incasellato, razionalizzato. L’essere umano non è schema, ma volontà e nonostante si ostini a perseguire la retta via della ragione, non può fare a meno di crogiolarsi nella sofferenza, nella compassione e nella tristezza di ciò che effettivamente è, un insetto più incline al raggiungimento del suo obiettivo che all’obiettivo stesso.
Lo scopo ultimo del genere umano non sarebbe quindi uno sconfinare nell’oltre, in qualcosa che va al di là dell’uomo, ma perseguire in eterno il suo scopo, come un limite che tende a più infinito. Ne consegue che il senso della vita risiede nella vita stessa e agli occhi del protagonista il genere umano è come lui, un essere del sottosuolo, a tratti meschino, atrofizzato su se stesso e illuso dal proprio raziocinio che, in questo caso, assurge al grado di religione, con i suoi adepti e i suoi sacerdoti.
Lungo la strada delle sue riflessioni, nel secondo racconto il protagonista fa un passo indietro lungo sedici anni, nel quale emerge la sua incapacità di relazionarsi con gli altri, le sue invidie e l’indifferenza di quest’ultimi nei suoi confronti. L’unica persona che gli mostra affetto ed empatia è Liza, una prostituta che il protagonista tratta senza ritegno, ma dalla quale si sentirà inesorabilmente attratto. È proprio Liza a farlo emergere per un istante dal sottosuolo, facendogli capire che uno dei motivi per cui conviene abbandonarsi alla vita è l’amore, nell’accezione più semplice del termine; non metafisico, non universale, ma umano, con i suoi pregi e le sue contraddizioni. Il risultato finale lo porterà a comprendere che la vita è più simile all’equazione 2×2=5, un risultato irrazionale, l’unico modo degno di viverla.

 
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Pubblicato da su 14 luglio 2015 in Recensioni - Libri

 

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Cos’è l’orrore?

Mi capita di fare questo tipo di sogni fin da bambino. Prima li associavo a qualche film horror, a fotogrammi violenti visti di sfuggita al telegiornale, ma quando sono cresciuto, certe esperienze oniriche hanno acquisito un significato, una propria connotazione, come se il mio subconscio tentasse di dirmi qualcosa sulla mia natura o, più in generale. sulla natura umana.
Questo è molto recente, di qualche settimana fa.

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Mi trovavo in una casa, una villetta di quelle di provincia, eleganti, semplici.
Ero più grande, forse un uomo di mezza età. Ero seduto sulla poltrona della sala. Di fronte avevo un tavolino di vetro trasparente con le gambe in legno marrone. La poltrona e il tappeto erano di un rosso molto vivo, sanguigno.
Affianco a me, alla mia destra, c’era una donna dai capelli corti e bianchi. Indossava un maglioncino di lana grigio e dei jeans, anch’essi rossi come il tappeto e la poltrona. La guancia premuta sulla mia spalla. Forse guardavamo qualcosa alla televisione, anche se, per quel breve momento, non alzai mai gli occhi dalla sua testa.
Sembrava una normale scena di vita familiare.
Lentamente, secondo dopo secondo, la donna cominciò a cambiare. I suoi vestiti scomparvero; non si era spogliata, era come se avesse cambiato pelle.
I capelli si allungarono, tingendosi di un castano rossiccio.
Per un istante indugiai sulla forma dei suoi seni, bianchi, tondi, giovani. Ebbi l’impressione che si fossero appena formati.
Quando misi la mano sopra quello sinistro, la consistenza ricordava la morbidezza di un capo appena lavato, aveva il profumo dei frutti di bosco.
Continuando a osservarla, notai qualcosa di diverso all’altezza del bacino. C’era qualcosa che usciva dal suo stomaco, una forma, un paio di gambe e un paio di braccia. Alcuni lembi di carne penzolavano dalle cosce e dai fianchi.
Si deformava come un cumulo di patate, ed era duro quasi avesse ingerito una decina di sassi.
Provai una morsa all’altezza della gola e lo stomaco mi si chiuse. Sentivo il bisogno di vomitare, ma non avevo paura, come negli altri sogni. Era qualcosa di quotidiano. Era passato altro tempo durante quella trasformazione e noi eravamo tornati giovani.
Lei, con le sue deformità, portava a termine le faccende di casa: faceva il bucato, lavava, stirava, cucinava e, durante il pranzo e la cena, mangiava nuda di fianco a me.
Potevo vedere ogni centimetro del suo corpo, ogni curva, ogni protuberanza, tutti quei sassi ingoiati, senza provare disgusto.
Avevo accettato tutto il suo mondo – mi dicevo, mentre addentavo un pezzo di pane – non solo la sua bellezza, ma anche il suo orrore.

 
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Pubblicato da su 10 luglio 2015 in Grotta degli incubi

 

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Recensione: Francis Ford Coppola – Apocalypse now

 “Era un modo particolare che avevamo qui di vivere con noi stessi: li facevamo a brandelli con una mitragliatrice, poi gli offrivamo i cerotti.”

apocalypse now

Trama: Siamo nel 1969, in piena guerra del Vietnam. Il capitano Benjamin L. Willard, ufficiale dell’esercito americano, viene incaricato dal generale Corman e dal colonnello Lucas di risalire il fiume Nung fino alla Cambogia. È una missione segreta nella quale il protagonista dovrà scovare e uccidere il colonnello Walter E. Kurtz: un uomo misterioso, ribellatosi all’autorità dell’esercito, immerso in una giungla e adorato come un dio dagli indigeni del luogo.

Analisi: Non a caso ho aperto questa recensione con una citazione, forse una delle più significative. L’ipocrisia della guerra viene messa in primo piano assieme all’orrore, vero tema portante di tutto il film. È proprio quel rovescio della medaglia, il volto nascosto e ipocrita della guerra, a nutrire l’orrore di Walter Kurtz e, nella stessa misura, del capitano Benjamin Willard.
Durante la sua scalata, perché di questo si tratta, una scalata alle origini dell’orrore, il capitano Willard legge e studia la mente di Kurtz attraverso la sua vita, i suoi affetti e i suoi successi sul campo di battaglia. Kurtz è un uomo brillante, un eccelso stratega che matura una sua visione della guerra e della componente umana. Secondo la sua filosofia, un soldato deve avere in sé l’orrore e mantenere al contempo la propria umanità, per essere un perfetto guerriero. Com’è possibile unire queste due contraddizioni?
Il colonnello Kurtz lo esprime attraverso un aneddoto di guerra vissuto in prima persona:

“Ricordo, quand’ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa. Andammo in un campo, per vaccinare i bambini. Lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio. Più tardi venne un vecchio a richiamarci, piangeva, era cieco.
Tornammo al campo, erano venuti i Vietcong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato. Erano là in un mucchio, un mucchio di piccole braccia e mi ricordo che ho pianto come, come, come un madre.
Volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quello che volevo fare. E voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo.
Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito, colpito da un diamante: una pallottola di diamante in piena fronte e ho pensato: “Dio mio, che genio c’è in questo! Che genio! Che volontà, per fare questo! Perfetto, genuino, completo, cristallino, puro!
E così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perche loro lo sopportavano. Questi non erano mostri, erano uomini, quadri e addestrati. Uomini che combattevano col cuore, che hanno famiglia, che fanno figli che sono pieni d’amore, ma che avevano la forza, la forza di far questo. Se io avessi dieci divisioni di questi uomini, i nostri problemi qui si risolverebbero molto rapidamente. Bisogna avere uomini con un senso morale e che, allo stesso tempo, siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passione, senza discernimento. Perché è il voler giudicare che ci sconfigge.”

In una certa misura, il film sembra voler mettere in luce l’esigenza degli esseri umani di esprimere l’orrore. Orrore visto come sentimento umano al pari dell’amore e dal quale l’uomo non può dissociarsi. Come in un paradosso, senza l’orrore, l’uomo perde la propria umanità. Allegoriche in questo senso le scene finali, dal momento in cui il capitano Willard raggiunge il luogo in cui vive Kurtz, nel villaggio degli indigeni. Cadaveri e bambini vivono a stretto contatto, sorridono, i secondi, come se fossero a casa, mentre i primi, esanimi, dissanguati, finiscono per essere parte dell’habitat. Metafora dell’uomo che deve necessariamente convivere con il proprio orrore, per definirsi tale.

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2015 in Recensioni - Film

 

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