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Recensione: Coherence di James Ward Byrkit

Recensione: Coherence di James Ward Byrkit

Per recensire questo film è necessario fare una premessa e cioè spiegare cosa sia la decoerenza quantistica. Tutti noi conosciamo il gioco mentale chiamato Gatto di Schrödinger. In sostanza, mettendo un gatto all’interno di una scatola sigillata assieme a una fiala di veleno e fino a quando quella scatola rimarrà chiusa, il povero felino potrebbe essere sia morto, sia vivo, almeno fino a quando non andremo ad aprirla per verificare cosa sia successo. La decoerenza quantistica è stata proposta da Heinz-Dieter Zeh nel 1970 e sviluppata in un secondo momento da Wojciech Zurek. Fintanto che uno stato rimane isolato dall’ambiente, permane una situazione di superposizione, vale a dire che ogni stato è coerente con gli altri (in sostanza, non si mischiano). Il problema sorge nel momento in cui ci si imbatte nella Fisica Classica, ovvero quella riguardante il mondo macroscopico (il nostro), in questo caso la coerenza degrada rapidamente e tutti gli stati assumono la cosiddetta decoerenza. Si ha così il passaggio dalla Meccanica Quantistica alla Fisica Classica.
Più il sistema risulta complesso, più rapido sarà il passaggio dalla coerenza alla decoerenza.

Veniamo ora al film Coherence.

Coherence recensione

Trama:
Durante una serata fra otto amici, una Cometa transita a distanza ravvicinata dalla Terra. Tutto sembra procedere normalmente, le persone mangiano, bevono. L’unica cosa strana è lo schermo del cellulare di una delle protagoniste, a un certo punto, inspiegabilmente, si rompe. Stessa cosa succede a un altro protagonista. Poco dopo, durante il passaggio della Cometa, il generatore di corrente della casa si spegne e la connessione a internet cade. Hugh, uno degli amici, ricorda agli altri invitati le parole che suo fratello, un fisico teorico, gli disse :”Se succede qualcosa di strano, non uscite di casa per nessuna ragione“. Ovviamente gli otto amici non prestano molta attenzione alle parole di Hugh e presto si ritroveranno ad aver a che fare con la decoerenza quantistica.

Analisi:
Inizio con il consigliare questo film, sia per gli amanti della Fisica, sia per gli amanti del Thriller. Nonostante sia stato girato con un badget limitatissimo – l’ambientazione, per quasi tutto il film, si riduce alla casa di uno degli otto amici – l’ansia sale vertiginosamente fin dai primi minuti. Il film tiene molto bene e riesce a spiegare il significato della decoerenza quantistica senza adoperare Deus Ex Machina e spiegazioni dilungate. Sono sufficienti le azioni degli otto personaggi e l’evolversi degli eventi per far precipitare lo spettatore in una spirale di impazienza. Questo è uno di quei rari esemplari di esperimento cinematografico. Infatti gli attori non avevano una vera e propria sceneggiatura, ma un canovaccio da seguire. Ward Birkyt, il regista, ha spiegato loro cosa fosse la decoerenza quantistica, limitandosi a fornire delle indicazioni su come si sarebbero dovuti sviluppare gli eventi. Il resto è opera del caso. Purtroppo esiste solo in inglese, ma ci sono delle versioni su internet sottotitolate in italiano. La decoerenza, inoltre, non è solo limitata alla Fisica, ma si estende ai rapporti interpersonali e alle dinamiche relazionali fra gli otto invitati, che evolveranno anch’esse fino a raggiungere uno stato che definirei: decoerenza comportamentale.

 
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Pubblicato da su 4 novembre 2015 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Wes Craven – Il Serpente e l’Arcobaleno

Nella leggenda Voodoo
il serpente è il simbolo della Terra.
L’arcobaleno rappresenta invece il Paradiso.
Tra i due, tutte le creature vivono e muoiono.
Siccome è dotato di un’anima,
l’uomo può venire a trovarsi in un luogo orribile
dove la morte è solo l’inizio.

Tratto dal romanzo di Wade Davis “The Serpent and the Rainbow”, questo film di Wes Craven del 1988 è un compendio di horror, pratiche Voodoo e, più nello specifico, magia nera e negromanzia.

il-serpente-e-l-arcobaleno

Trama: Dennis Allan, antropologo di Harvard, decide di visitare Haiti in seguito alle voci e alle leggende che parlano di morti viventi in quel luogo. Più nello specifico, viene assunto per trovare una potente droga in grado di indurre uno stato di morte apparente in chi ne viene a contatto.

Analisi: Per chi conosce la serie di Nightmare e quel goliardico incubo di Freddy Krueger, guardando questo film non potrà fare a meno di sognarselo ancora una volta, di immaginare la sua mano completa di artigli strisciare sopra qualche muro sotterraneo. Possiamo ritrovare, in questo film, tutti gli elementi classici di Wes Craven: l’onirismo, le allucinazioni, la perdita di contatto con la realtà e l’ingerenza maligna nei sogni del protagonista da parte dello stregone Peytraud, con il quale si scontrerà nel finale e salverà la bella psichiatra, nel frattempo divenuta sua amante, Marielle Duchamps.
Un film nostalgico, per certi versi, che ci riporta negli anni ottanta. Non il migliore e nemmeno quello definitivo del regista, che in questo caso non supera a pieni voti la prova.

 
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Pubblicato da su 21 luglio 2015 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Francis Ford Coppola – Apocalypse now

 “Era un modo particolare che avevamo qui di vivere con noi stessi: li facevamo a brandelli con una mitragliatrice, poi gli offrivamo i cerotti.”

apocalypse now

Trama: Siamo nel 1969, in piena guerra del Vietnam. Il capitano Benjamin L. Willard, ufficiale dell’esercito americano, viene incaricato dal generale Corman e dal colonnello Lucas di risalire il fiume Nung fino alla Cambogia. È una missione segreta nella quale il protagonista dovrà scovare e uccidere il colonnello Walter E. Kurtz: un uomo misterioso, ribellatosi all’autorità dell’esercito, immerso in una giungla e adorato come un dio dagli indigeni del luogo.

Analisi: Non a caso ho aperto questa recensione con una citazione, forse una delle più significative. L’ipocrisia della guerra viene messa in primo piano assieme all’orrore, vero tema portante di tutto il film. È proprio quel rovescio della medaglia, il volto nascosto e ipocrita della guerra, a nutrire l’orrore di Walter Kurtz e, nella stessa misura, del capitano Benjamin Willard.
Durante la sua scalata, perché di questo si tratta, una scalata alle origini dell’orrore, il capitano Willard legge e studia la mente di Kurtz attraverso la sua vita, i suoi affetti e i suoi successi sul campo di battaglia. Kurtz è un uomo brillante, un eccelso stratega che matura una sua visione della guerra e della componente umana. Secondo la sua filosofia, un soldato deve avere in sé l’orrore e mantenere al contempo la propria umanità, per essere un perfetto guerriero. Com’è possibile unire queste due contraddizioni?
Il colonnello Kurtz lo esprime attraverso un aneddoto di guerra vissuto in prima persona:

“Ricordo, quand’ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa. Andammo in un campo, per vaccinare i bambini. Lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio. Più tardi venne un vecchio a richiamarci, piangeva, era cieco.
Tornammo al campo, erano venuti i Vietcong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato. Erano là in un mucchio, un mucchio di piccole braccia e mi ricordo che ho pianto come, come, come un madre.
Volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quello che volevo fare. E voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo.
Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito, colpito da un diamante: una pallottola di diamante in piena fronte e ho pensato: “Dio mio, che genio c’è in questo! Che genio! Che volontà, per fare questo! Perfetto, genuino, completo, cristallino, puro!
E così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perche loro lo sopportavano. Questi non erano mostri, erano uomini, quadri e addestrati. Uomini che combattevano col cuore, che hanno famiglia, che fanno figli che sono pieni d’amore, ma che avevano la forza, la forza di far questo. Se io avessi dieci divisioni di questi uomini, i nostri problemi qui si risolverebbero molto rapidamente. Bisogna avere uomini con un senso morale e che, allo stesso tempo, siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passione, senza discernimento. Perché è il voler giudicare che ci sconfigge.”

In una certa misura, il film sembra voler mettere in luce l’esigenza degli esseri umani di esprimere l’orrore. Orrore visto come sentimento umano al pari dell’amore e dal quale l’uomo non può dissociarsi. Come in un paradosso, senza l’orrore, l’uomo perde la propria umanità. Allegoriche in questo senso le scene finali, dal momento in cui il capitano Willard raggiunge il luogo in cui vive Kurtz, nel villaggio degli indigeni. Cadaveri e bambini vivono a stretto contatto, sorridono, i secondi, come se fossero a casa, mentre i primi, esanimi, dissanguati, finiscono per essere parte dell’habitat. Metafora dell’uomo che deve necessariamente convivere con il proprio orrore, per definirsi tale.

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2015 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi

Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi
Cormac McCarthy è uno degli scrittori considerati pilastri della letteratura americana del ventesimo secolo. Sono perfettamente d’accordo con chi lo sostiene. E questo libro – e parlo ovviamente anche del film – ne è la prova.
Trama: Ambientato in Texas nel 1980, narra la storia di Lyewelyn Moss, un reduce della guerra del Vietnam che impiega il tempo come saldatore. Moss, durante una battuta di caccia, si ritrova in mezzo a un campo di battaglia, immerso in quella che subito comprenderà essere stata una guerra fra narcotrafficanti finita a colpi di pistola. Moss trova una valigia piena di soldi – che sarebbe servita a pagare la cocaina disposta in pacchetti su uno dei camion della banda.
Convinto di aver fatto la scoperta che cambierà la vita a lui e a sua moglie, torna a casa. L’ex marine non ha idea del fatto che all’interno vi è una radio ricevente e che un sicario psicopatico – Anton Chigurh – è sulle sue tracce, così come i narcotrafficanti. Di lì a pochi giorni, la vicenda precipiterà in un vortice di violenza.

Analisi: Non è un paese per vecchi lo considero un trattato di filosofia, o meglio, di sociologia contemporanea. McCarthy, tramite la narrazione e con lo stile cupo e tenebroso che lo contraddistingue ci pone davanti a una situazione reale, tangibile. Lo fa attraverso Anton Chigurh, un sicario con un’identità morale tutta sua, convinto di essere la mano del destino. Spesso decide con il lancio di una moneta la fine che faranno le sue vittime.
Il concetto della violenza di oggi si può trovare nei monologhi dello sceriffo Ed Tom Bell, che rappresenta un po’ il lato analitico della vicenda:
“A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a crederci. Mio nonno faceva lo sceriffo, cosi come mio padre. Credo ne andasse fiero, io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c’erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi che fine avrebbero fatto al giorno d’oggi. C’è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica un po’ di tempo fa, su mio arresto e su mia testimonianza. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale ma lui mi disse che la passione non c’entrava niente, che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera l’avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all’inferno. Da li a un quarto d’ora ci sarebbe andato. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa. Non è che mi faccia paura, ma non ho intenzione di uscire per andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima”.
Questo è il succo, il messaggio.
La violenza, così come la conosciamo oggi, ha un senso? Una radice che riconduce a un perché logico?
La risposta di McCarthy è, ovviamente, no.
 

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Recensione: Steve Rodney McQueen – 12 anni schiavo

Questo film è tratto dall’autobiografia di Solomon Northup, scritta nel 1853. Mi ci sono accostato per curiosità, più che per fama.

Trama: Il film narra le vicende di Solomon Northup nel periodo immediatamente prima la guerra di secessione. Solomon è un uomo di colore, libero. Vive con la sua famiglia a Saratoga Springs, nello stato di New York. Ottimo violinista, cede all’offerta di ingaggio di due falsi agenti di spettacolo che lo venderanno come schiavo nelle piantagioni di cotone della Louisiana, sotto la guida dello schiavista Edwin Epps.
Da quel momento in avanti, Solomon rimarrà schiavo per dodici anni, cambiando più volte padrone e subendo ogni tipo di maltrattamento fisico.
Analisi: Questo è uno di quei film da vedere almeno una volta nella vita. Non si tratta di schiavismo fine a se stesso. Non è un film che accusa i bianchi, almeno, non dà quest’impressione. La parte interessante riguarda tutto ciò che accade a livello emozionale e sentimentale. Esiste una giusta dose di persone buone e di persone cattive, per dirla in termini semplici.  Ci fa comprendere come, durante lo schiavismo, esistessero comunque persone che guardavano a tale scempio come qualcosa di orribile, ignorante e senza alcun senso.
Mi ha ricordato da lontano Il colore viola di Steven Spielberg, anche se il pathos, bisogna ammetterlo, lo si ritrova in misura minore.
Consiglio questo film a tutti, perché è uno dei pochissimi, oggi in circolazione, in grado di fornire un punto di vista assolutamente neutrale ed equilibrato su ciò che è stato il razzismo e soprattutto lo schiavismo nell’America di metà ‘800.
 
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Pubblicato da su 31 marzo 2014 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Jean-Marc Vallée – Dallas Buyers Club

Recensione: Jean-Marc Vallée – Dallas Buyers Club
Trama: Tratto da una storia vera, il film narra la vicenda di uomo di origini texane – Ron Woodroof – dedito a una vita di sregolatezze fra donne, alcool e droga. Un giorno, senza saperne nulla, scopre di aver contratto il virus dell’HIV e da quel momento la sua vita prende una piega diversa. Siamo negli anni ’80, più precisamente nell’arco di tempo che va dal 1985 al 1988. Il virus dell’Aids si espande, è sconosciuto, fa paura e si crede che solo tossici e omosessuali possano contrarlo.
Gli viene dato un mese di vita. Sente parlare di un farmaco ancora in fase di studio, l’AZT.
Non essendo Ron incluso nel programma di sperimentazione, decide di procurarselo da solo. Non conoscendo natura e dosaggi del farmaco, in poco tempo rischia di morire e finisce per ritrovarsi in un ospedale in Messico, gestito da un medico radiato dall’albo che gli offre una cura alternativa a base di Peptide T, una proteina innocua, ma non approvata dalle case farmaceutiche.
Tre mesi dopo Ron si è ripreso, si sente meglio e decide quindi di importare illegalmente la cura negli Stati Uniti. Si apre così un giro d’affari nei quali i farmaci e i cocktail scoperti dal medico in Messico, vengono importati e somministrati ai malati gratuitamente tramite l’associazione che Ron, con l’aiuto di Rayon – una transgender anche lei malata – ha costituito: la Dallas Buyers Club. Sotto un corrispettivo di 400 dollari di iscrizione alla sua associazione, Ron fornisce tutti i farmaci che riesce a procurarsi oltre il confine. Ma non sarà una cosa facile.

Analisi: Un film abbastanza controverso in quanto non del tutto veritiero, a partire dal protagonista: Ron Woodroof. Si dice sia tratto da una storia vera e in effetti il personaggio di Matthew Mcconaughey è realmente esistito, al contrario del transessuale interpretato da Jared Leto che risulta di pura invenzione. Il regista in merito ha affermato che il personaggio di Leto racchiude un po’ tutte le storie degli uomini, donne, gay, lesbiche e transessuali che gravitavano attorno all’associazione Dallas Buyers Club. Ron Woodroof invece si diceva fosse omosessuale, di certo non omofobo; molti conoscenti si sono lamentati di come è stato ritratto nel film. Ron Woodroof non ha mai parlato apertamente della sua sessualità e perfino sua moglie ha ammesso che, con ogni probabilità, fosse dichiaratamente bisessuale. Il farmaco AZT, inoltre, negli anni si è dimostrato efficace nella lotta all’AIDS, ponendo le basi per gli anti retrovirali oggi comunemente utilizzati. Anche in questo caso, il medico messicano venne radiato dall’albo e gran parte, se non tutti, i farmaci e le cure alternative non approvate negli USA e che il personaggio di Woodroof (Matthew Mcconaughey) introduceva illegalmente, nel tempo si sono dimostrati inefficaci.
Insomma, un film che, nonostante la candidatura a 6 Oscar e l’ottima interpretazione di Mcconaughey, è da prendere con le pinze.
 
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Pubblicato da su 7 marzo 2014 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Tim Burton – Big fish

Big fish è uno di quei film che bisogna vedere almeno una volta nella vita. Io l’ho trovato andando a spulciare la biografia di Tim Burton – scomprendo, tra l’altro, che è tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Wallace – e ne sono rimasto a dir poco folgorato

Trama: Questo film narra la storia di Edward Bloom, un padre e un marito di famiglia che ama raccontare il proprio vissuto mischiandolo alla sua fervida immaginazione.
Si passa dall’amico gigante – alto quasi cinque metri – a una strega con l’occhio di vetro, fino ad arrivare alla guerra e al leggendario pesce che nessuno può catturare.
Analisi: E’ un film per tutti, su questo non ci sono dubbi. E a guardarlo bene, solo un regista così incline alle favole poteva girarlo.
Edward Bloom, interpretato da un eccellente Ewan McGregor (Trainspotting) ci porterà con lui in un viaggio alla scoperta del suo modo di vedere il mondo, quello che usano i bambini per intenderci, a testa in giù.
Ciò che emerge dai suoi racconti, però, è proprio la realtà: Edward Bloom racconta le sue esperienze, il modo in cui conquistò sua moglie fino alla nascita di suo figlio – le uniche due persone che nei suoi racconti rimangono totalmente reali – in maniera fantasiosa, come in una sorta di realismo magico o di viaggio onirico.
Un po’ come quando si sogna: le azioni sono immaginarie, fantasiose, ma ricordano da vicino ciò che viviamo, proviamo e pensiamo.
E al centro di ogni cosa rimane il romanticismo, l’amore.
Il senso del film è proprio questo: l’amore rende reale qualsiasi cosa. E’ uno dei tanti messaggi. Guardare al di fuori di noi sempre con gli occhi di un bambino, non lasciare che la fantasia scompaia nei problemi di lavoro, nello stress e nella routine.
Per certi versi, lo stile ricorda da lontano un altro film, Vita di Pi.
Il concetto di racconto e di raccontare assume un valore supremo, più importante della storia stessa. La vita è interessante – senza dubbio – ma la nostra mente, la nostra forza immaginifica, può renderla unica.
Non lo trovo un film drammatico.
Al contrario, paradossalmente è in grado di narrare il concetto di esistenza per ciò che è: una lunga favola nella quale ognuno di noi è protagonista.
 
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Pubblicato da su 5 marzo 2014 in Recensioni - Film

 

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