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È uscito il mio nuovo racconto: Carezza Blu – Inknot Edizioni

È uscito il mio nuovo racconto: Carezza Blu – Inknot Edizioni

È uscito il mio ultimo racconto per la casa editrice Inknot Edizioni, dal titolo ‘Carezza blu‘: si tratta di un giallo un po’ particolare, con il quale ho cercato di dare un nuovo significato al termine ‘mostro’.
Era da un po’ di tempo che non scrivevo su questo blog, purtroppo il lavoro mi assorbe completamente in questo periodo, ed è difficile rispettare tutti gli impegni.
Seguo sempre i vostri blog e i contenuti – fortunatamente posso ricamarmi del tempo per leggere e dato che mi piace conoscere le persone, i vostri scritti sono sempre molto interessanti. Mi piacerebbe essere più presente e condividere più notizie ma, per ora, posso solo leggervi (è sempre un piacere fare un giro nelle vostre teste).

Di seguito vi lascio la trama e i link dove potrete trovare il libro, spero vi piaccia:

Trama: Como, la tranquillità di un condominio per non residenti viene spezzata da una serie di furti bizzarri che colpiscono i vari inquilini: ad Andrea, studente di scienze politiche, viene rubato il mangime per pesci, a Rosaria, una signora vedova che alloggia lì momentaneamente per assistere il fratello, sparisce il fard e la cipria, a Roberto e Claudia, una giovane coppia, vengono sottratte le pale del ventilatore. I furti avvengono sempre di notte e sono accompagnati dal sogno di una creatura mostruosa con i tentacoli che angoscia le vittime. La situazione precipita quando Andrea si risveglia con una strana ferita all’addome che in pochi giorni si infetta e lo uccide. Le indagini iniziano ma non portano a nulla di concreto. Il colpevole non lascia traccia di sé, le porte e le finestre risultano sempre chiuse e non ci sono segni di scasso.

Una storia intricata, al limite della realtà incolla il lettore alle pagine, portandolo attraverso il racconto dei vari protagonisti a scoprire chi si cela dietro questi furti.
I protagonisti del romanzo indagano se stessi e i loro atteggiamenti verso gli altri, la loro sfera emotiva viene sezionata per mostrare al lettore che il male assoluto, così come il bene, non esistono e le azioni compiute derivano sempre dall’ambiente o dalla situazione in cui si sviluppano.

Per ora si trova solo in versione e-book sul sito dell’editore, su Amazon e altri siti, ma potrebbe uscire anche la versione cartacea, se richiesta:

– Carezza Blu: link ad Amazon
– Carezza Blu: Link Inknot Edizioni

Vi ringrazio per l’attenzione che riservate al mio blog, buona lettura!

 
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Pubblicato da su 26 novembre 2016 in Altro

 

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Recensione: Fyodor Dostoevskij – Memorie dal sottosuolo

“Mi davo alla depravazione solitariamente io, di notte, di nascosto, pavidamente, sudiciamente, con una vergogna che non mi lasciava nei momenti più ripugnanti e che anzi in quei momenti giungeva fino alla maledizione. Già allora portavo nell’anima mia il sottosuolo. Avevo una tremenda paura che in qualche modo mi vedessero, m’incontrassero, mi riconoscessero. E giravo per vari luoghi molto oscuri.”

memoriedalsottosuolo

Trama: Il libro si articola su due parti.
La prima si intitola Il sottosuolo, ed è un monologo nel quale il protagonista, rifugiatosi nel sottosuolo, disseziona e critica i valori del positivismo, che fonda i suoi caratteri dominanti sulla scienza e sulla ragione.
La seconda parte, intitolata “A proposito della neve bagnata” riguarda situazioni accadute sedici anni prima, quando il protagonista lavorava come impiegato burocratico.

Analisi: Questo romanzo breve, uno dei più importanti di F. Dostoewskij, si potrebbe definire come l’antitesi universale di tutto ciò che l’uomo del diciannovesimo secolo avrebbe voluto essere. Nel primo monologo Dostoewskij evidenzia l’impossibilità dell’uomo di essere incasellato, razionalizzato. L’essere umano non è schema, ma volontà e nonostante si ostini a perseguire la retta via della ragione, non può fare a meno di crogiolarsi nella sofferenza, nella compassione e nella tristezza di ciò che effettivamente è, un insetto più incline al raggiungimento del suo obiettivo che all’obiettivo stesso.
Lo scopo ultimo del genere umano non sarebbe quindi uno sconfinare nell’oltre, in qualcosa che va al di là dell’uomo, ma perseguire in eterno il suo scopo, come un limite che tende a più infinito. Ne consegue che il senso della vita risiede nella vita stessa e agli occhi del protagonista il genere umano è come lui, un essere del sottosuolo, a tratti meschino, atrofizzato su se stesso e illuso dal proprio raziocinio che, in questo caso, assurge al grado di religione, con i suoi adepti e i suoi sacerdoti.
Lungo la strada delle sue riflessioni, nel secondo racconto il protagonista fa un passo indietro lungo sedici anni, nel quale emerge la sua incapacità di relazionarsi con gli altri, le sue invidie e l’indifferenza di quest’ultimi nei suoi confronti. L’unica persona che gli mostra affetto ed empatia è Liza, una prostituta che il protagonista tratta senza ritegno, ma dalla quale si sentirà inesorabilmente attratto. È proprio Liza a farlo emergere per un istante dal sottosuolo, facendogli capire che uno dei motivi per cui conviene abbandonarsi alla vita è l’amore, nell’accezione più semplice del termine; non metafisico, non universale, ma umano, con i suoi pregi e le sue contraddizioni. Il risultato finale lo porterà a comprendere che la vita è più simile all’equazione 2×2=5, un risultato irrazionale, l’unico modo degno di viverla.

 
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Pubblicato da su 14 luglio 2015 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi

Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi
Cormac McCarthy è uno degli scrittori considerati pilastri della letteratura americana del ventesimo secolo. Sono perfettamente d’accordo con chi lo sostiene. E questo libro – e parlo ovviamente anche del film – ne è la prova.
Trama: Ambientato in Texas nel 1980, narra la storia di Lyewelyn Moss, un reduce della guerra del Vietnam che impiega il tempo come saldatore. Moss, durante una battuta di caccia, si ritrova in mezzo a un campo di battaglia, immerso in quella che subito comprenderà essere stata una guerra fra narcotrafficanti finita a colpi di pistola. Moss trova una valigia piena di soldi – che sarebbe servita a pagare la cocaina disposta in pacchetti su uno dei camion della banda.
Convinto di aver fatto la scoperta che cambierà la vita a lui e a sua moglie, torna a casa. L’ex marine non ha idea del fatto che all’interno vi è una radio ricevente e che un sicario psicopatico – Anton Chigurh – è sulle sue tracce, così come i narcotrafficanti. Di lì a pochi giorni, la vicenda precipiterà in un vortice di violenza.

Analisi: Non è un paese per vecchi lo considero un trattato di filosofia, o meglio, di sociologia contemporanea. McCarthy, tramite la narrazione e con lo stile cupo e tenebroso che lo contraddistingue ci pone davanti a una situazione reale, tangibile. Lo fa attraverso Anton Chigurh, un sicario con un’identità morale tutta sua, convinto di essere la mano del destino. Spesso decide con il lancio di una moneta la fine che faranno le sue vittime.
Il concetto della violenza di oggi si può trovare nei monologhi dello sceriffo Ed Tom Bell, che rappresenta un po’ il lato analitico della vicenda:
“A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a crederci. Mio nonno faceva lo sceriffo, cosi come mio padre. Credo ne andasse fiero, io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c’erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi che fine avrebbero fatto al giorno d’oggi. C’è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica un po’ di tempo fa, su mio arresto e su mia testimonianza. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale ma lui mi disse che la passione non c’entrava niente, che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera l’avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all’inferno. Da li a un quarto d’ora ci sarebbe andato. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa. Non è che mi faccia paura, ma non ho intenzione di uscire per andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima”.
Questo è il succo, il messaggio.
La violenza, così come la conosciamo oggi, ha un senso? Una radice che riconduce a un perché logico?
La risposta di McCarthy è, ovviamente, no.
 

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Recensione: Marco Parlato – Tiroide – Gorilla Sapiens Edizioni

Ho scoperto questo giovane autore mentre spulciavo il catalogo della casa editrice Gorilla Sapiens. Appena letto il titolo mi sono detto: “Ma cosa si può scrivere con un titolo del genere?”
La risposta è ovvia: un libro del genere.

Trama: Il libro narra la storia di Stefano, un ragazzo universitario affetto da ipertiroidismo. La sua vita oscilla fra visite mediche e vita tipica da universitario in quel di Roma, nello specifico, all’Università La Sapienza.
Il tutto condito dalle parole che Stefano legge in un quaderno trovato per caso, scritte da un uomo nigeriano immigrato, Oluwafemi
Analisi: Il libro si legge in un fiato, sono circa centoventi pagine nelle quali i riferimenti alla cultura pop abbondano. L’occhio di Stefano è critico, acido più che caustico e rivela alcuni aspetti della società poco piacevoli, ipocrisia, cinismo fine a se stesso, egocentrismo e una linea sottile, finissima, che divide un italiano medio da un immigrato medio.
Lo stile è ancora acerbo, lo si percepisce da parole come liso, ingollare. Non per questo poco attraente. La narrazione scorre, forse troppo velocemente e alcune immagini appaiono poco chiare.
Non vi è respiro, ma questo lo si può evidenziare come punto a suo favore. Vi è qualcosa di nevrotico, qualcosa del passivo-aggressivo e Marco Parlato ne fa un punto di forza nella sua narrazione.
Qui si sta sviluppando uno stile, uno scrittore e da ciò che salta all’occhio, Marco Parlato è da tenere sotto osservazione, senza dubbio.
Consiglio questo libro a tutti coloro che hanno voglia di leggere qualcosa di diverso, di particolare e alle persone che con la timidezza non hanno nulla a che fare.
 
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Pubblicato da su 11 aprile 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Tim Burton – Big fish

Big fish è uno di quei film che bisogna vedere almeno una volta nella vita. Io l’ho trovato andando a spulciare la biografia di Tim Burton – scomprendo, tra l’altro, che è tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Wallace – e ne sono rimasto a dir poco folgorato

Trama: Questo film narra la storia di Edward Bloom, un padre e un marito di famiglia che ama raccontare il proprio vissuto mischiandolo alla sua fervida immaginazione.
Si passa dall’amico gigante – alto quasi cinque metri – a una strega con l’occhio di vetro, fino ad arrivare alla guerra e al leggendario pesce che nessuno può catturare.
Analisi: E’ un film per tutti, su questo non ci sono dubbi. E a guardarlo bene, solo un regista così incline alle favole poteva girarlo.
Edward Bloom, interpretato da un eccellente Ewan McGregor (Trainspotting) ci porterà con lui in un viaggio alla scoperta del suo modo di vedere il mondo, quello che usano i bambini per intenderci, a testa in giù.
Ciò che emerge dai suoi racconti, però, è proprio la realtà: Edward Bloom racconta le sue esperienze, il modo in cui conquistò sua moglie fino alla nascita di suo figlio – le uniche due persone che nei suoi racconti rimangono totalmente reali – in maniera fantasiosa, come in una sorta di realismo magico o di viaggio onirico.
Un po’ come quando si sogna: le azioni sono immaginarie, fantasiose, ma ricordano da vicino ciò che viviamo, proviamo e pensiamo.
E al centro di ogni cosa rimane il romanticismo, l’amore.
Il senso del film è proprio questo: l’amore rende reale qualsiasi cosa. E’ uno dei tanti messaggi. Guardare al di fuori di noi sempre con gli occhi di un bambino, non lasciare che la fantasia scompaia nei problemi di lavoro, nello stress e nella routine.
Per certi versi, lo stile ricorda da lontano un altro film, Vita di Pi.
Il concetto di racconto e di raccontare assume un valore supremo, più importante della storia stessa. La vita è interessante – senza dubbio – ma la nostra mente, la nostra forza immaginifica, può renderla unica.
Non lo trovo un film drammatico.
Al contrario, paradossalmente è in grado di narrare il concetto di esistenza per ciò che è: una lunga favola nella quale ognuno di noi è protagonista.
 
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Pubblicato da su 5 marzo 2014 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Gabriel Garcìa Marquez – Cent’anni di solitudine

Un paio di estati fa – forse il 2011 – stavo andando a trovare i miei nonni a Lido di Savio e mentre l’autobus faceva sosta in autogrill, cercai qualcosa da leggere nelle due settimane successive, dato che non c’è mai nessuno in quel posto.
Per caso capitai davanti a una vetrina e, sempre per caso, lì tutto solo scovai questo libro. Non fui attratto dalla copertina o dalla scritta che capeggiava bella grande “Premio Nobel per la letteratura nel 1982“.
Era il titolo a essere tremendamente malinconico. Non lessi neanche la trama, lo comprai e scoprii l’isola del tesoro ancora prima di vedere il mare.

Gabriel Garcìa Marquez è nato ad Aracataca – Colombia – nel 1927 ed è ancora oggi vivente nonostante il morbo di Alzheimer non gli permetta più di scrivere. Nella sua vita ha fatto il giornalista e ha tentato la carriera universitaria in giurisprudenza e scienze politiche, senza mai portarle a termine. E’, forse, il più importante esponente colombiano del genere definito realismo magico.

Appena cominciai a leggerlo non mi piacque subito. Il punto debole lo trovai nello stile narrativo in terza persona, quasi del tutto privo di dialoghi.
I personaggi sono molti, forse troppi e potrebbe facilmente confondere il lettore. I capitoli sono divisi in numeri, senza titoli, e la leggenda narra che Marquez ci mise ben quindici anni per dargli un senso e cominciare a scriverlo.

Il libro narra la storia, srotolata in cent’anni, della famiglia Buendìa e delle loro vicissitudini in quel di Macondo – città immaginaria fondata dal capostipite dei Buendìa – che ricorda non poco i luoghi vissuti da Marquez nella realtà.
Il tempo è ciclico, infinito. La città di Macondo viene visitata dagli zingari, che a ogni ritorno recano con sé nuovi oggetti e cianfrusaglie varie. Agli abitanti della città sembrano non invecchiare mai.
Tra tutti c’è un uomo, amico di famiglia dei Buendìa – Melquiades – che tenta invano di decifrare un misterioso manoscritto.
Durante quel secolo intero molti della famiglia tentano di capirne il significato, fino a quando l’ultimo superstite non scopre la lingua nella quale è scritto, arrivando così al senso finale.
Un finale che non posso raccontarvi.

In questo libro ho trovato un meccanismo, più che un senso. Un modo di interpretare la vita. Macondo, in una certa maniera, rappresenta la costante nella quale siamo tutti immersi, il tempo infinito e – proprio per il suo essere infinito – ciclico, come un eterno ritorno. Poi c’è la volontà di potenza dell’essere umano, in grado di trasformare se stesso e ciò che lo circonda.
La vita è un continuo, eterno ritorno.
Noi ripetiamo le azioni dei nostri genitori, i nostri genitori ripetono le azioni dei nostri nonni. E in tutto questo esiste un’infinitesimale variazione che, nonostante la nostra volontà, cambierà riportandoci al punto di partenza proprio perché destinata a perdersi in se stessa.

Si potrebbe aprire un dibattito sull’argomento, ma non è questo il caso.

E’ un libro da leggere in estate, di questo ne sono sicuro. E almeno una volta nella vita va assaporato in tutta la sua crudezza.

Lo consiglio a chi crede che la propria strada non sia quella giusta, agli amanti di Borges e agli appassionati di realismo magico.

 
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Pubblicato da su 27 febbraio 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Pier Vittorio Tondelli – Rimini

Questa notte sono in vena di nostalgie. Tondelli per me, in un certo senso, è sinonimo di anni ’80.

Nato a Correggio nel 1955 e morto di AIDS nel 1991 a Reggio nell’Emilia, questo autore non è uno scrittore, non credo lo sia mai stato. E’ un narratore, di quelli d’alto livello, forse impareggiabili. In vita scrisse uno dei libri più clamorosi della letteratura italiana: Altri libertini. Ma ne parlerò nei post successivi.

Rimini è un romanzo che cattura, si fa leggere ed è scritto veramente bene. E’ forse uno dei pochissimi libri scritti da lui in veste di scrittore e non di narratore. E in effetti lo si capisce.
Nelle ultime pagine Tondelli ci spiega che questo libro è nato per caso: doveva scrivere alcuni articoli in quel di Rimini, ma non ci andò mai e decise di crearci su una storia.
Vi sono parecchi intrecci: un sassofonista, un giornalista – Marco Bauer – una ragazza tedesca in cerca di sua sorella e altro ancora. Tutti accomunati da quel luogo, tutti immersi in quei turbolenti anni ’80.
La nascita degli yuppies, per fare un esempio. In questo libro ci sono tutte le caratteristiche dell’uomo travolto da quei momenti, dalla moda sfrenata, dall’emancipazione omosessuale, da quella terribile malattia che è l’AIDS – anche se non ne parla mai.
Non ci sono messaggi importanti, non c’è una morale. Nonostante tutto, è un libro che non lascia molto al lettore, se non una piacevole immersione, per così dire.
No, non mi è piaciuto. Tondelli non era uno scrittore, non creava intrecci clamorosi o personaggi destinati a rimanere nella storia.
Era ciò che narrava a dover rimanere nella storia.
Alcune parti di questo libro risultano un po’ confuse, ma non per lo stile narrativo – assolutamente impeccabile.
Forse è quel continuo cambio di prospettiva, il passaggio dalla prima alla terza persona senza alcuna avvisaglia per il lettore, a renderlo maledettamente ostico.
Ammetto che in alcune parti mi ci sono ritrovato, soprattutto nella lettera del ragazzino, quando descrive la spiaggia, gli scogli, i bomboloni alla crema – e sfido chiunque a dire il contrario se ha passato le vacanze nei dintorni di Rimini.
La crudezza dei risvolti sessuali, le descrizioni meticolose di quei rapporti sia etero che omosessuali passano quasi inosservate. Questo grazie alle sue capacità narrative, al perfetto utilizzo dei climax.
Sembra di essere lì insieme ai suoi personaggi, quando li descrive.
E se ci si concentra abbastanza si può persino sentire l’odore e il sapore di ciò che descrive, la confusione delle conferenze e dei party ai quali partecipa il giornalista Marco Bauer.
L’omicidio del politico di turno lo rende, a tratti, un giallo o noir per meglio dire, ma in realtà non è nulla di tutto questo.

Rimini è semplicemente un libro che ci regala – forse all’insaputa dello stesso Tondelli – il punto di vista di un giovane intellettuale degli anni ’80.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2014 in Recensioni - Libri

 

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