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Recensione: Fyodor Dostoevskij – Memorie dal sottosuolo

14 Lug

“Mi davo alla depravazione solitariamente io, di notte, di nascosto, pavidamente, sudiciamente, con una vergogna che non mi lasciava nei momenti più ripugnanti e che anzi in quei momenti giungeva fino alla maledizione. Già allora portavo nell’anima mia il sottosuolo. Avevo una tremenda paura che in qualche modo mi vedessero, m’incontrassero, mi riconoscessero. E giravo per vari luoghi molto oscuri.”

memoriedalsottosuolo

Trama: Il libro si articola su due parti.
La prima si intitola Il sottosuolo, ed è un monologo nel quale il protagonista, rifugiatosi nel sottosuolo, disseziona e critica i valori del positivismo, che fonda i suoi caratteri dominanti sulla scienza e sulla ragione.
La seconda parte, intitolata “A proposito della neve bagnata” riguarda situazioni accadute sedici anni prima, quando il protagonista lavorava come impiegato burocratico.

Analisi: Questo romanzo breve, uno dei più importanti di F. Dostoewskij, si potrebbe definire come l’antitesi universale di tutto ciò che l’uomo del diciannovesimo secolo avrebbe voluto essere. Nel primo monologo Dostoewskij evidenzia l’impossibilità dell’uomo di essere incasellato, razionalizzato. L’essere umano non è schema, ma volontà e nonostante si ostini a perseguire la retta via della ragione, non può fare a meno di crogiolarsi nella sofferenza, nella compassione e nella tristezza di ciò che effettivamente è, un insetto più incline al raggiungimento del suo obiettivo che all’obiettivo stesso.
Lo scopo ultimo del genere umano non sarebbe quindi uno sconfinare nell’oltre, in qualcosa che va al di là dell’uomo, ma perseguire in eterno il suo scopo, come un limite che tende a più infinito. Ne consegue che il senso della vita risiede nella vita stessa e agli occhi del protagonista il genere umano è come lui, un essere del sottosuolo, a tratti meschino, atrofizzato su se stesso e illuso dal proprio raziocinio che, in questo caso, assurge al grado di religione, con i suoi adepti e i suoi sacerdoti.
Lungo la strada delle sue riflessioni, nel secondo racconto il protagonista fa un passo indietro lungo sedici anni, nel quale emerge la sua incapacità di relazionarsi con gli altri, le sue invidie e l’indifferenza di quest’ultimi nei suoi confronti. L’unica persona che gli mostra affetto ed empatia è Liza, una prostituta che il protagonista tratta senza ritegno, ma dalla quale si sentirà inesorabilmente attratto. È proprio Liza a farlo emergere per un istante dal sottosuolo, facendogli capire che uno dei motivi per cui conviene abbandonarsi alla vita è l’amore, nell’accezione più semplice del termine; non metafisico, non universale, ma umano, con i suoi pregi e le sue contraddizioni. Il risultato finale lo porterà a comprendere che la vita è più simile all’equazione 2×2=5, un risultato irrazionale, l’unico modo degno di viverla.

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Pubblicato da su 14 luglio 2015 in Recensioni - Libri

 

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