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Recensione: Wes Craven – Il Serpente e l’Arcobaleno

Nella leggenda Voodoo
il serpente è il simbolo della Terra.
L’arcobaleno rappresenta invece il Paradiso.
Tra i due, tutte le creature vivono e muoiono.
Siccome è dotato di un’anima,
l’uomo può venire a trovarsi in un luogo orribile
dove la morte è solo l’inizio.

Tratto dal romanzo di Wade Davis “The Serpent and the Rainbow”, questo film di Wes Craven del 1988 è un compendio di horror, pratiche Voodoo e, più nello specifico, magia nera e negromanzia.

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Trama: Dennis Allan, antropologo di Harvard, decide di visitare Haiti in seguito alle voci e alle leggende che parlano di morti viventi in quel luogo. Più nello specifico, viene assunto per trovare una potente droga in grado di indurre uno stato di morte apparente in chi ne viene a contatto.

Analisi: Per chi conosce la serie di Nightmare e quel goliardico incubo di Freddy Krueger, guardando questo film non potrà fare a meno di sognarselo ancora una volta, di immaginare la sua mano completa di artigli strisciare sopra qualche muro sotterraneo. Possiamo ritrovare, in questo film, tutti gli elementi classici di Wes Craven: l’onirismo, le allucinazioni, la perdita di contatto con la realtà e l’ingerenza maligna nei sogni del protagonista da parte dello stregone Peytraud, con il quale si scontrerà nel finale e salverà la bella psichiatra, nel frattempo divenuta sua amante, Marielle Duchamps.
Un film nostalgico, per certi versi, che ci riporta negli anni ottanta. Non il migliore e nemmeno quello definitivo del regista, che in questo caso non supera a pieni voti la prova.

 
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Pubblicato da su 21 luglio 2015 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Josè Saramago – Le intermittenze della morte

Quando scoprii Saramago era un giorno qualsiasi, piovoso, freddo e senza grandi eventi. Ero in metropolitana, seduto a fissare il nulla, quando a un certo punto una donna dai capelli bruni entrò e andò a sedersi di fronte a me. Aprì la borsa e tirò fuori questo libro. Trovai assurda l’immagine in copertina e ancora più dissonante il titolo. Per questo non ho potuto fare a meno di scendere, trovare una libreria e comprarlo.

Josè Saramago nacque ad Azinhaga – Portogallo – nel 1922 e morì a Tinas nel 2010. Diventò famoso soprattutto per il suo lavoro di critico letterario, lavorando per la rivista Seara Nova. In seguito si cimentò anche nel giornalismo, nella drammaturgia, nella poesia e nella letteratura, arrivando a conseguire il premio Nobel nel 1998.

Questo è uno di quei libri che riesce a definire le capacità dell’autore a tutto tondo. Lo stile, a un lettore poco preparato, potrebbe sembrare ostico, soprattutto per l’utilizzo della punteggiatura nei dialoghi – adopera le virgole e non usa i punti interrogativi. I personaggi non hanno nomi propri: il violoncellista, la morte, i maphiosi.
Leggendolo ho immaginato la domanda fondamentale, quella che dà il via all’idea, al principio di tutto, prima ancora della stesura.

Cosa accadrebbe se…?

Ed è esattamente questa la spinta. Cosa succederebbe se, senza alcun preavviso, la morte smettesse di fare il proprio dovere?
Accadrebbe tutto quello che succede in queste pagine. Non si morirebbe più e, dopo un inizio trionfale, gli amanti rinnegati comincerebbero a gettarsi sugli scogli all’infinito, i malati terminali non finirebbero mai di morire e la mafia metterebbe in piedi un traffico illecito di persone morenti.
Si, esatto: traffico di persone che, volendo a tutti i costi morire o essendo bloccati in un’infinita e lenta agonia, non potrebbero trapassare a meno che non varchino i confini della nazione nella quale la morte ha deciso di prendersi un periodo di ferie.
Sia chiaro, non è un libro con intenti filosofici sulla vita e la morte. E’ un testo allegorico.
Saramago mette in piedi una situazione nella quale si evidenziano l’incapacità e l’inferiorità dell’uomo nei confronti della natura. La sua dipendenza dalla morte.
Chiede al lettore di porre un assioma, diciamo, e di seguirlo come se fosse reale. In questo caso ogni azione, ogni effetto di quella scelta avrà un senso.
L’autore, oltretutto, inserisce anche le proprie opinioni sulla Chiesa e sulla politica. Registra e pone sotto gli occhi del lettore tutte le contraddizioni dell’essere umano.
Stiamo parlando di surrealismo e devo dire che il sarcasmo di fondo, più nero del buio, mi ha ricordato da lontano il film “Harry a pezzi” di Woody Allen.
Hanno qualcosa di simile che va oltre gli occhiali da vista.
Al contrario dei film del famoso regista, leggendo questo libro mi sono dovuto coprire più volte, perché il freddo si sente e la parte oscura dell’uomo non tarda ad affiorare.

E’ una lettura che necessita di un certo grado di concentrazione e di sicuro lo consiglio a chi ha molta dimestichezza col cinismo.

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2014 in Recensioni - Libri

 

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