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Momenti di conflitto

Questo è un sogno ricorrente, uno di quelli che mi capita di fare nei momenti di conflitto, quando lo stress prende il controllo delle mie facoltà mentali.

Guerra

Mi trovo nel cortile di casa mia. Il palazzo grigio dietro di me, il manto erboso con il solito campo da calcio davanti ai miei occhi.
La peculiarità della zona in cui risiedo è quella di essere un parco. Un posto molto ampio, con una lunga fila di alberi al centro della via e qualche pino agli angoli.
Non c’è nessuno in giro, ma il cielo è limpido, azzurro intenso e il sole è molto caldo e luminoso. Una giornata così gradevole da sembrare innaturale.
Comincio a camminare lungo il viale che porta alla statale e collega tutti i paesini limitrofi a Milano. La via Novara.
Anche fra le viuzze da cui sporgono le villette non compare nessuno.
Sembra l’ora di pranzo della domenica.

Tutto a un tratto il cielo comincia a scurirsi. Lungo l’orizzonte un manto nero, corposo e lampeggiante si fa strada sopra ogni cosa: i tetti delle case, i lampioni, le strade, la mia testa.
Tutto diventa buio, come di notte durante un temporale.
E la tempesta arriva.
Comincia a piovere, qualche goccia leggera che pian piano si allarga e intensifica. Il vento sradica i rami degli alberi, li prosciuga delle loro foglie.
Lo scroscio della pioggia non è come l’applauso di cui parlava D’Annunzio.
Ha qualcosa di sinistro, un fischio che diventa via via più forte. Il rumore di una bomba che sta per impattare al suolo.
Poi l’allarme, quello antiaereo.
E iniziano i colpi di fucile.
Le persone escono dalle case, scappano, urlano mentre nella via cominciano a farsi largo degli uomini in divisa con in braccio un fucile a baionetta.
Hanno delle maschere antigas che coprono il volto, non sembrano umani. Occhi di vetro neri, opachi, dai quali non riesci a percepire alcuna umanità.
Donne e bambini vengono falciati dalle mitragliatrici.
Un aereo poi, sopra tutti gli altri, molto più ampio, inizia a sganciare grossi barili marroni che, cadendo al suolo, rilasciano gas nervino.
Cerco in tutti i modi di nascondermi, di coprirmi la bocca con una sciarpa, un fazzoletto o una manica. Ma non ci riesco. Allora trattengo il respiro, gonfio i polmoni e corro verso casa.
Trovo la mia cantina, provo ad aprirla ma è chiusa con un lucchetto.
Cerco la chiave, ma non la trovo.
Non riesco a ripararmi, le bombe continuano a cadere e nel momento in cui tento di tornare di sopra, nella mia stanza, il mio palazzo cambia continuamente configurazione e mi perdo in un labirinto che ha le stesse mura di casa mia. Solo, non finiscono mai.

 
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Pubblicato da su 24 luglio 2015 in Grotta degli incubi

 

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D’estro artistico – Cellar Door Editore

D’estro Artistico è un’antologia di racconti a più mani edita dalla giovane casa editrice Cellar Door, di Nicolò Rosazza. All’interno troverete due miei racconti e altri otto scritti da quattro giovani autori italiani: racconti di stampo sociale e giovanile che tentano di tracciare un quadro generale dell’Italia di oggi, attraverso generi letterari molto diversi tra loro.

“L’ultimo capitolo” e “Il tempo rubato” di Lorenzo K. Console
“Marmo” e “Storia di una tenera ragazza e di un gatto smarrito” di Michele Moro
“La zanzara” e “La Chanteuse” di Andrea Crespi
“La solitudine dei perché” e “Il mulino a vento” di Vincenzo Sorrentino
“Panico in città” e “Horror contest” di Daniele Picardi

È possibile acquistare l’antologia direttamente dal sito internet della casa editrice: D’estro Artistico

destroartistico

Buona Lettura!

 
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Pubblicato da su 4 luglio 2015 in Altro

 

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Sei mai stato dall’altra parte?

Questo sogno è molto ricorrente. Più che altro sono gli elementi del sogno ad essere comuni. L’ho fatto di recente, circa una settimana fa. Ci metto sempre un po’ a metabolizzarli.
La prima cosa che vidi fu un’autostrada. Il mio sedile sobbalzava e sotto i polpastrelli delle dita potevo sentire la consistenza del suo finto velluto blu. Era un pullman, uno di quelli provinciali perché di fianco alla strada c’erano campi d’erba verde e di pannocchie. Il sole era caldo, ma non percepivo molto la temperatura. C’erano altre persone sull’autobus, potevo vedere solo la loro nuca. Alcune giovani, altre un po’ più avanti con l’età, insomma era un’insalatiera piena di soggetti – io compreso – che andavano chissà dove. Come succede spesso nei sogni in cui mi ritrovo su di un pullman, l’autista a un certo punto si preparò per effettuare una strana manovra. L’asfalto grigio cominciò a salire, il mezzo borbottava sotto le spinte del suo acceleratore. La strada si inclinò di circa quarantacinque gradi. Cambiò marcia più volte, fu sul punto di fermarsi e procedere al contrario. Senza rendermene conto, i campi di pannocchie divennero sempre più lontani, più bassi, fino a scomparire in una gola. Stavamo scalando una montagna e la strada era così ripida che credevo ci saremmo ribaltati. Al contrario di molte altre volte, il pullman riuscì ad andare avanti, a passare il tornante. Pochi secondi dopo curvò a destra. La strada tornò dritta; un rettilineo talmente lungo da mischiarsi all’orizzonte. Nessuno dei passeggeri disse nulla, era come se aspettassero quel momento. Erano calmi, guardavano fuori dal finestrino. Mi resi conto che ero l’unico a rimanere aggrappato con le unghie al sedile, rigido come un blocco di gesso. Pochi secondi dopo arrivammo oltre, non so bene come e dove, ma la sensazione era quella di aver attraversato una barriera invisibile fra il nostro mondo e l’altro. Era tutto buio, non c’era un vero e proprio pavimento. Si poteva camminare, ci si poteva guardare attorno. Qualsiasi punto osservassi, mentre scendevo dall’autobus, era nero. Le persone però erano chiare, soprattutto quelle che avevo di fianco. Davanti a noi vidi un edificio. Era comparso dal nulla, pensavo. Invece qualcuno, non so bene chi dato che parlava più nella mia testa che attorno a me, mi spiegò che quello era un albergo, un albergo molto grande nel quale i nuovi arrivati dovevano passare un po’ di tempo. Anche la parola tempo mi è difficile da utilizzare. Quella voce mi disse che lì, il tempo, non esisteva.
Mi fece vedere uno schema, una specie di mappa tracciata con delle linee bianche – in teoria erano i confini di quel mondo, ma anche quei confini non esistevano, lo faceva perché quelli come me, i nuovi, avevano ancora un punto di vista soggettivo, disse.
Puntellò gli spazi fra le linee dicendomi che quei segni rappresentavano le persone. Fece una mappa analoga, della Terra. Poi tracciò altre linee, questa volta collegavano i puntini tracciati sulla terra con quelli tracciati sulla mappa di quel luogo. Poco dopo, qualcuno ci fece entrare nell’edificio. Vidi un uomo sulla cinquantina, capelli ricci neri, fisico ben piazzato, aveva l’aria del corridore, e di fatto correva come se si stesse allenando per una maratona. Venne verso di noi e ci superò, senza dire una parola.
La sala era enorme, spaziosa e piena di tavoli lunghi disposti sia uno in fila all’altro, sia di fianco. Visto da lontano sembrava pieno di persone.
Non c’era luce elettrica. Su ogni tavolo, a distanze  ben calibrate, si trovavano candele bianche che emanavano una leggera luminescenza color miele.
Mi avvicinai a un tavolo. C’erano tre persone. Una seduta a capotavola, due ai lati. Quella di fronte a me, dall’altra parte del tavolo, non era umana.
Aveva il fisico di un uomo, il petto era più largo e le mani mostravano cinque unghie bianche e affilate. La testa era più piccola della nostra, come quella di un neonato. Aveva il mento appuntito e la carnagione scura come la notte. Gli occhi, o meglio, quelli che dovevano essere gli occhi secondo la mia logica, erano formati da una striscia bianca. Non sapevo cosa dire. Non avevo paura, in qualche modo sapevo che quel luogo non era ostile. L’unica spiegazione che mi diede la voce nella mia testa fu che il posto dal quale provenivo serviva a popolare quel luogo. Più precisamente, la voce disse che serviva a riempirlo, come una bilancia.
 
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Pubblicato da su 19 maggio 2014 in Grotta dei sogni

 

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Recensione: Tim Burton – Big fish

Big fish è uno di quei film che bisogna vedere almeno una volta nella vita. Io l’ho trovato andando a spulciare la biografia di Tim Burton – scomprendo, tra l’altro, che è tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Wallace – e ne sono rimasto a dir poco folgorato

Trama: Questo film narra la storia di Edward Bloom, un padre e un marito di famiglia che ama raccontare il proprio vissuto mischiandolo alla sua fervida immaginazione.
Si passa dall’amico gigante – alto quasi cinque metri – a una strega con l’occhio di vetro, fino ad arrivare alla guerra e al leggendario pesce che nessuno può catturare.
Analisi: E’ un film per tutti, su questo non ci sono dubbi. E a guardarlo bene, solo un regista così incline alle favole poteva girarlo.
Edward Bloom, interpretato da un eccellente Ewan McGregor (Trainspotting) ci porterà con lui in un viaggio alla scoperta del suo modo di vedere il mondo, quello che usano i bambini per intenderci, a testa in giù.
Ciò che emerge dai suoi racconti, però, è proprio la realtà: Edward Bloom racconta le sue esperienze, il modo in cui conquistò sua moglie fino alla nascita di suo figlio – le uniche due persone che nei suoi racconti rimangono totalmente reali – in maniera fantasiosa, come in una sorta di realismo magico o di viaggio onirico.
Un po’ come quando si sogna: le azioni sono immaginarie, fantasiose, ma ricordano da vicino ciò che viviamo, proviamo e pensiamo.
E al centro di ogni cosa rimane il romanticismo, l’amore.
Il senso del film è proprio questo: l’amore rende reale qualsiasi cosa. E’ uno dei tanti messaggi. Guardare al di fuori di noi sempre con gli occhi di un bambino, non lasciare che la fantasia scompaia nei problemi di lavoro, nello stress e nella routine.
Per certi versi, lo stile ricorda da lontano un altro film, Vita di Pi.
Il concetto di racconto e di raccontare assume un valore supremo, più importante della storia stessa. La vita è interessante – senza dubbio – ma la nostra mente, la nostra forza immaginifica, può renderla unica.
Non lo trovo un film drammatico.
Al contrario, paradossalmente è in grado di narrare il concetto di esistenza per ciò che è: una lunga favola nella quale ognuno di noi è protagonista.
 
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Pubblicato da su 5 marzo 2014 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Franz Kafka – La metamorfosi

Inizio subito dicendo che sono di parte. Franzk Kafka è così reale da entrarti dentro per effetto osmosi. Come sarà successo a molti di voi, Kafka l’ho incontrato a scuola. Se ne stava nascosto fra le pagine, timido timido e un po’ miserabile.
Franz Kafka Nacque a Praga nel 1883 e morì di tubercolosi a Kierling nel 1924. In vita, molte delle sue opere non furono mai pubblicate. Persona molto angosciata, soffrì di anoressia nervosa e disturbo ossessivo compulsivo. I suoi scritti – per alcuni critici molto vicini a quella corrente di pensiero che sarà definita in seguito esistenzialismo – riflettono le sue ansie e il suo punto di vista nei confronti della condizione umana.
La metamorfosi è un libro da leggere quando si ha il punto di vista giusto per farlo. A metà fra surrealismo e realismo magico, racconta la storia sfortunata di Gregor Samsa – pseudonimo che ricorda non poco il nome del suo autore – alle prese con un evento totalmente inaspettato.
Una mattina come tante altre, Gregor Samsa, un commesso viaggiatore che lavora per mantenere la sua famiglia, si risveglia trasformato in un gigantesco e ripugnante insetto.
Da questo momento dovrà fare i conti con la sua nuova condizione e con le reazioni avverse dei suoi familiari.
Questo libro è in grado di delineare tutti gli aspetti psicologici e relazionali di Kafka. Il difficile rapporto con il padre, il senso di alienazione e angoscia.
L’autore prende una famiglia normale, una persona normale e, invece di trasformare il tutto o far evolvere gli eventi emozionali secondo le normali logiche umane, mette in piedi una situazione immaginifica e allegorica. La metafora del diverso; ripudiato, odiato ed emarginato.
Non esiste via di fuga per il protagonista, al contrario, può solo fare i conti con la propria condizione, accettarla così com’è e mettersi il cuore in pace.
L’evoluzione, in questo libro, risiede nel processo di spersonalizzazione nel quale Gregor Samsa – che in un certo senso rappresenta l’individuo emarginato – viene risucchiato.
Sentirsi diverso, essere ripudiato e lasciato solo. Il senso di claustrofobia (psicologica soprattutto) metaforizzato dal fatto che Gregor Samsa non lascia mai la propria stanza.
Elementi che concorro tutti nel rendere il grottesco una situazione reale e sentita nel lettore, una condizione sempre presente e pronta a emergere.
Non esiste un lieto fine, non troverete un finale aperto alle interpretazioni.
Più la narrazione procede, più comincerete a odiare Gregor Samsa più dei suoi stessi genitori. Kafka riesce a far sentire al lettore tutto il peso della sua condizione.
E’ come leggere una lenta e dolorosa agonia, e sapere già che non vi sarà via d’uscita se non la morte. Lo sappiamo, appena Gregor Samsa si risveglia da insetto, che morirà di lì a poco. Eppure non riusciamo a fare a meno di arrivare fino alla fine proprio perché non possiamo andare contro le logiche della condizione umana.
L’uomo si fa granello di sabbia, debole, piccolo e insignificante. E attraverso questo racconto Franzk Kafka ce lo fa capire, dimostrando che, messi a confronto con la vita, siamo tutti un po’ miserabili.
 
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Pubblicato da su 1 marzo 2014 in Recensioni - Libri

 

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Quanto è lontana casa tua?

Erano giorni che avevo un po’ di tarli per la testa. La scuola non funzionava, la mia situazione sentimentale non funzionava, insomma, molte cose andavano storte e il mio inconscio decise di farmelo capire una volta per tutte con questo incubo.

Ero in un campo di terra appena arata. Il cielo era buio, ma non c’erano nuvole e nemmeno stelle. Era, semplicemente, nero.
Una luce pallida e fine come la neve cadeva tutta intorno. Non c’era vento, non faceva freddo.
Cominciai a camminare, le scarpe – avevo su un paio di all star nere – affondavano nel terriccio senza difficoltà, era molto simile alla sabbia, ma aveva il colore dei campi appena concimati.
Guardando avanti, lungo l’orizzonte si stava facendo largo la sagoma di una casa. Era una villa di campagna: due piani con tante finestre, un tetto pieno di tegole scure e probabilmente una soffitta.
Inciampai e caddi con la faccia nel terreno. Sapeva di muffa, aveva quel sapore aspro del verde che si forma sulla frutta quando è andata a male.
Quando mi rialzai, mi resi conto di aver urtato il teschio di un animale con la punta del piede. Aveva le corna bianche e lunghe, il muso simile a quello di un capriolo e mi sorrideva. Nell’incavo dell’occhio destro c’erano si e no un milione di larve bianche, grosse come il mio pollice.
Mi venne il vomito e mi allontanai.
Cominciai a correre verso quella casa, ma facevo fatica come se avessi due macigni legati alle caviglie. Le gambe non riuscivano a muoversi con agilità.
Il terreno cominciò a rigurgitare teschi dalle forme più assurde: alcuni a forma di patata, altri a forma di cuore, altri ancora sembravano tanti teschi umani gettati in un mucchio. Cercavo di saltarli, ma ne spuntavano sempre di nuovi assieme a coleotteri delle dimensioni di una mano.
Cominciai a sentire freddo e mi accorsi di avere addosso solo una t-shirt a maniche corte.
Finalmente raggiunsi la porta della villa, entrai, faceva ancora più freddo. La hall era una stanza grande con il pavimento in parquet e una scala frontale che portava ai piani superiori.
Sul lato destro e su quello sinistro probabilmente c’erano la sala e la cucina, ma non ci andai. Non so ancora bene il motivo, ma sentivo il bisogno di salire quelle scale.
Avevo le mani gelide e dalla bocca usciva la condensa del mio alito.
La cosa strana è che, proprio nel sogno, quella condensa mi fece tornare alla mente il film “Il sesto senso”.
Avevo ricordi diversi nel sogno. Ero una ragazza, alle elementari avevo una maestra di nome Giulia che abitava in una casa simile, era in aperta campagna, in mezzo alla Toscana ed era circondata dai vigneti perché suo nonno gestiva un’impresa in cui vendeva vino ai ristoranti. E io mi ricordavo bene alcuni di quei ristoranti.
Mentre riaffioravano tutti quei ricordi, un gradino alla volta salivo quelle scale e, un gradino alla volta, le mie mani diventavano sempre più fredde e intorpidite.
Raggiunsi il primo piano, ma non c’erano stanze. Era un unico grande corridoio con il soffitto altissimo e portava a una porta minuscola fatta di legno. Provai ad aprirla, ma non ne avevo la forza. La mia mano era diventata così piccola…
Decisi di andare al secondo piano. Le scale non emettevano alcun suono ed erano in marmo nero.
C’era una sola stanza, la porta era socchiusa e da quella piccola fessura proveniva la luce di una lampada a olio e uno strano odore come di carne in decomposizione.
Mi infilai dentro, quasi di nascosto.
C’era una finestra davanti a me, dava sul campo di terriccio.
Vicino alla lampada a olio c’era un materasso e lungo il bordo era seduta una persona in abito nero. Aveva i capelli della maestra, Giulia.
Accarezzava qualcosa, all’inizio non riuscii a vederla perché la sua schiena la copriva per intero.
Mi avvicinai.
Il pavimento in parquet cominciò a scricchiolare, ma quella donna non si voltò. Così, andai più vicino e mi fermai proprio dietro di lei.
Sul letto c’era una bambina dai capelli biondi, aveva il viso pallido e le labbra secche e screpolate. Guardai il lenzuolo per vedere se il suo petto si muoveva. Era immobile come un baco da seta.
La donna, la maestra Giulia, senza voltarsi, cominciò a piangere. Singhiozzava. L’odore di carne in decomposizione era diventato insostenibile, avevo lo stomaco chiuso e facevo fatica a trattenere i conati.
Quando mi voltai e provai ad andarmene, la maestra mi prese per un braccio.
Vidi solo la sua mano, era enorme in confronto al mio braccio e il soffitto, in un secondo, era diventato incredibilmente alto.
Non mi voltai verso di lei. La maestra smise di piangere e mi disse: “Finalmente sei tornata”.

“La grotta degli incubi è la fine di un tunnel nel quale il Bruco cataloga e ripone tutti quei sogni in cui la pace e la serenità sono bandite per legge”

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2014 in Grotta degli incubi

 

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Qual è il tuo sogno più grande?

Questo pomeriggio ho fatto un sogno molto particolare. Lo faccio da quando sono bambino, ma questa volta aveva alcuni dettagli in più.

Mi trovavo in uno studio di registrazione. Avevo una chitarra fra le mani e sentivo la presenza di due amici. Volevamo registrare un disco, così loro due cominciarono a suonare per primi – basso e batteria.
Quando arrivò il mio turno, gli strumenti non funzionavano, la chitarra gracchiava come una rana e il produttore continuava a dirmi cosa fare.
Così decisi di lasciar perdere e tornare un altro giorno.
Uscii.
Era pomeriggio inoltrato e guardando l’orologio notai di essere in ritardo per la cena. Mentre camminavo lungo il marciapiede, un tizio diede un calcio a un animale – forse un tasso o un riccio – e quello andò a colpire il ramo di una palma che cresceva come un cespuglio. Il ramo si spezzò e sia quello che il tasso/riccio mi guardarono e scapparono via.
Contemporaneamente mi accorsi di aver dimenticato il maglione in studio.
Tornai dentro.
C’erano alcune persone nella sala d’attesa, ma non feci caso alla loro presenza. Cercai quel maledetto produttore e soprattutto il mio maglione, ma non riuscii a trovarli.
Anzi, più mi addentravo, più l’edificio si espandeva, rigurgitava stanze, corridoi con pavimenti in moquette blu e pareti bianche.
Finii per ritrovarmi in un’aula simile a quelle universitarie: enorme, piena di sedie e con un proiettore spento in fondo alla sala. Una donna, sulla quarantina, capelli ricci e neri, mi fissava così come si guarda una cosa messa nel posto sbagliato.
Me ne andai. O perlomeno ci provai.
Passai da un corridoio all’altro e più andavo avanti, più questi tunnel diventavano trasparenti, ovali e simili alla plastica.
Raggiunsi il giardino. Vidi il cielo, era azzurro come un lapislazzuli. C’erano una moltitudine di persone, uomini e donne vestiti come se lavorassero per una multinazionale.
Salivano delle scale di vetro con dei cordoli di sicurezza, l’acqua gli arrivava alle caviglie.
Mi resi conto che anche io avevo i piedi immersi nell’acqua e mi trovavo in una delle piscine che salivano sempre più in alto attraverso quelle scale fatte a bacinelle, tutte colme d’acqua trasparente.
Provai a seguirli, ma non riuscivo a reggermi in piedi perché le piscine erano rialzate di parecchi metri rispetto al livello della strada ed erano inclinate di circa trenta gradi. Avevo paura di scivolare e cadere da chissà quale altitudine.
Non riuscivo a capire come facesse l’acqua a rimanere ferma.
A un certo punto trovai una via d’uscita: si trattava del cornicione di una casa, o almeno credo.
Credo, perché la prima cosa che mi dissi appena misi piede sopra quel letto d’erba verde fu: “Come ci sono arrivato qui?”
Guardai giù. Era molto più alto di quello che pensavo ed era pieno di bambini a terra. In alto, invece, gli adulti continuavano a salire.
Iniziai ad aver paura, la terra del cornicione cominciava a sgretolarsi.
Provai a tornare indietro, a ritornare sui miei passi e a vedere se c’era qualche via di fuga laterale, dato che il cornicione finiva in una gola dalla quale spuntavano alberi altissimi. Di fronte c’era un cortile e un condominio, i bambini giocavano dappertutto.
Nel tornare indietro la terra cominciò a trasformarsi, oltre che a sgretolarsi. I fili d’erba sfiorivano in enormi cuscini bianchi e nel punto in cui avevo cominciato a camminare, spuntarono delle piccole casette di legno sorrette da molle che dondolavano a destra e a sinistra. Un po’ come i giochi per bambini a forma di moto o di macchina nei parchi comunali.
In qualche modo riuscii a scendere, aprii la porta togliendo la serratura da una di quelle casette e mi ritrovai davanti due bambine un po’ cicciottelle, vestite di verde e con delle piccole ali trasparenti dietro la schiena. Erano folletti e anche loro mi guardavano scambiandosi occhiate come per dire: “Ma che ci fa lui qui?”

Poco dopo la pioggia mi svegliò.

“La grotta dei sogni è la fine di un tunnel nel quale il Bruco cataloga e ripone tutti i suoi sogni, quelli belli, fantasiosi e sereni.”

 
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Pubblicato da su 27 febbraio 2014 in Grotta dei sogni

 

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