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Archivi categoria: Recensioni – Libri

Recensione: Fyodor Dostoevskij – Memorie dal sottosuolo

“Mi davo alla depravazione solitariamente io, di notte, di nascosto, pavidamente, sudiciamente, con una vergogna che non mi lasciava nei momenti più ripugnanti e che anzi in quei momenti giungeva fino alla maledizione. Già allora portavo nell’anima mia il sottosuolo. Avevo una tremenda paura che in qualche modo mi vedessero, m’incontrassero, mi riconoscessero. E giravo per vari luoghi molto oscuri.”

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Trama: Il libro si articola su due parti.
La prima si intitola Il sottosuolo, ed è un monologo nel quale il protagonista, rifugiatosi nel sottosuolo, disseziona e critica i valori del positivismo, che fonda i suoi caratteri dominanti sulla scienza e sulla ragione.
La seconda parte, intitolata “A proposito della neve bagnata” riguarda situazioni accadute sedici anni prima, quando il protagonista lavorava come impiegato burocratico.

Analisi: Questo romanzo breve, uno dei più importanti di F. Dostoewskij, si potrebbe definire come l’antitesi universale di tutto ciò che l’uomo del diciannovesimo secolo avrebbe voluto essere. Nel primo monologo Dostoewskij evidenzia l’impossibilità dell’uomo di essere incasellato, razionalizzato. L’essere umano non è schema, ma volontà e nonostante si ostini a perseguire la retta via della ragione, non può fare a meno di crogiolarsi nella sofferenza, nella compassione e nella tristezza di ciò che effettivamente è, un insetto più incline al raggiungimento del suo obiettivo che all’obiettivo stesso.
Lo scopo ultimo del genere umano non sarebbe quindi uno sconfinare nell’oltre, in qualcosa che va al di là dell’uomo, ma perseguire in eterno il suo scopo, come un limite che tende a più infinito. Ne consegue che il senso della vita risiede nella vita stessa e agli occhi del protagonista il genere umano è come lui, un essere del sottosuolo, a tratti meschino, atrofizzato su se stesso e illuso dal proprio raziocinio che, in questo caso, assurge al grado di religione, con i suoi adepti e i suoi sacerdoti.
Lungo la strada delle sue riflessioni, nel secondo racconto il protagonista fa un passo indietro lungo sedici anni, nel quale emerge la sua incapacità di relazionarsi con gli altri, le sue invidie e l’indifferenza di quest’ultimi nei suoi confronti. L’unica persona che gli mostra affetto ed empatia è Liza, una prostituta che il protagonista tratta senza ritegno, ma dalla quale si sentirà inesorabilmente attratto. È proprio Liza a farlo emergere per un istante dal sottosuolo, facendogli capire che uno dei motivi per cui conviene abbandonarsi alla vita è l’amore, nell’accezione più semplice del termine; non metafisico, non universale, ma umano, con i suoi pregi e le sue contraddizioni. Il risultato finale lo porterà a comprendere che la vita è più simile all’equazione 2×2=5, un risultato irrazionale, l’unico modo degno di viverla.

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Pubblicato da su 14 luglio 2015 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Enrico Bosio – Zita – Ottolibri edizioni

Recensione: Enrico Bosio – Zita – Ottolibri edizioni

Ottolibri Edizioni è una piccola casa editrice nata l’anno scorso. Pubblica otto libri di narrativa e otto di saggistica all’anno e i suoi volumi si possono trovare sia in e-book sia in cartaceo su portali come Amazon o Ibs.
Mi ha incuriosito da subito la copertina, disegnata da Stefania Morgante. Da lì a leggere la trama e, successivamente, comprarlo, il passo è stato molto breve.

Trama: Il libro – romanzo d’esordio dell’autore Enrico Bosio – parla di Zita, una talentuosa attrice dai capelli rossi che dirige, assieme alla sua numerosa famiglia, un’agenzia di scherzi. Zita vivrà un’avventura fuori dall’ordinario e incontrerà, nel corso della narrazione, molti personaggi surreali.

Analisi: Il libro è un romanzo breve che ricorda da vicino autori come Italo Calvino e il suo Marcovaldo o personaggi come quelli creati da Dino Buzzati ne Il segreto del Bosco Vecchio. Si potrebbe dire quasi una fiaba per adulti. Zita è una ragazza effervescente, lunatica, caparbia. Possiede un fascino e un magnetismo fuori dal comune – una specie di Pippi Calzelunghe per certi versi.
È alla ricerca di qualcosa, di un senso della vita forse o di un riscatto.
La narrazione è molto sciolta, il linguaggio informale rende il romanzo subito comprensibile e accattivante nonostante l’estremo surrealismo delle vicende.
Insomma, una piacevole lettura in grado di trasportare il lettore fuori dalla realtà.

 
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Pubblicato da su 12 dicembre 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Haruki Murakami – Kafka sulla spiaggia

Lo stile di Haruki Murakami è una droga. Se si comincia a leggere uno qualsiasi dei suoi libri, si finisce col non uscire più dal suo mondo. Quest’opera è senza dubbio una tappa obbligata, soprattutto per il premio conseguito: il World Fantasy Award.

kafka

Trama: Il libro si articola su due storie parallele. La prima riguarda un ragazzino di quindici anni, Tamura Kafka, abbandonato dalla madre quand’era ancora bambino. Il giorno del suo compleanno decide di scappare di casa dirigendosi verso l’isola Shikoku, soprattutto a causa di una profezia rivelatagli dal padre: “Ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre e tua sorella”. Tamura Kafka intraprende così un viaggio che lo condurrà in una biblioteca gestita da un personaggio quantomeno ambiguo – Oshima – sotto le direttive della signora Saeko, una donna non più giovane ma molto attraente. Tamura si innamorerà di lei e rivedrà nei gesti e nel suo viso il ricordo della madre scomparsa anni prima.
La seconda vicenda narra la storia di Nakata, un personaggio bizzarro che da bambino subì un incidente durante una gita scolastica. Da quel momento, nonostante un ritardo mentale e l’incapacità di leggere e scrivere, sviluppa una dote paranormale in grado di farlo comunicare con i gatti. Questa sua capacità gli consente di mettersi sulle tracce dei gatti scomparsi e di riportarli ai loro padroni. Un giorno, mentre è sulle tracce di una gatta di nome Goma, incontra un misterioso personaggio che si fa chiamare Johnnie Walker, un uomo che rapisce e uccide gatti cibandosi del loro cuore. Quest’individuo chiederà a Nakata di ucciderlo per fermare la sua stessa strage. Nakata acconsentirà, andando subito dopo alla polizia per costituirsi. L’agente preposto non crederà alla sua storia sconclusionata e così, il vecchio Nakata, prenderà la decisione di dirigersi altrove, verso luoghi a lui sconosciuti (Shikoku) poiché sentirà di avere un compito importante da svolgere.
Le vicende si intrecceranno pur rimanendo sempre distanti e parallele. Una serie di eventi bizzarri e strane congruenze renderanno la storia un unico, grande puzzle.

Analisi: Questo libro è sicuramente uno dei più assurdi scritti da Haruki Murakami. Non è semplice comprenderne il senso. Molte situazioni non hanno un vero e proprio filo conduttore, ma solo delle coincidenze. Si passa dal realismo magico de Sotto il segno della pecora, a qualcosa di quasi Ionesco, molto simbolico. Il complesso di Edipo è riscritto in chiave moderna, ma non ha un vero e proprio risvolto sulla storia. Come sempre, all’autore interessa il lato intimistico della vicenda. Ricco di dialoghi le cui tematiche variano da citazioni di Bergson a monologhi esistenzialisti – per quello che riguarda il personaggio di Tamura Kafka – risulta così essere un’opera riflessiva, un percorso individuale che varia da lettore a lettore.
Sicuramente non è il libro con cui iniziare a esplorare il mondo, se vogliamo, fiabesco di Haruki Murakami, ma è senz’altro una tappa obbligata in quell’oceano fantasioso che è la sua mente e un giro di boa sul suo percorso artistico.

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Pier Vittorio Tondelli – Altri libertini

Questo libro l’ho cercato in lungo e in largo, era introvabile. Poi la buon vecchia Feltrinelli lo ha rimesso in circolazione e non ho potuto fare a meno di leggerlo divorarlo.

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Trama: Il libro è una raccolta di racconti, ribattezzato dallo stesso Tondelli come un romanzo a episodi. Narra le vicende dei giovani degli anni settanta, quelli non conformi alla massa, emarginati, alternativi se vogliamo, che nella droga, nell’alcool e nel libertinaggio sfrenato ritrovato quel placebo esistenziale in grado di renderli parte di qualcosa, qualcosa di autodistruttivo.

Analisi: Il linguaggio scelto da Tondelli è quello dei giovani dell’epoca, volutamente errato, gergale, senza mezzi termini, condito dal dialetto emiliano – la sua terra. È un colpo di genio, senza dubbio, perché rende il lettore partecipe non solo delle vicende narrate, ma anche del modo di pensare, della soggettività e dell’esperienza intima dei protagonisti.
Non dev’essere stata una scelta facile per l’autore e nemmeno per l’editore che, dopo tre riedizioni – l’opera ebbe un enorme impatto e un notevole successo di pubblico – si ritrovarono a fare i conti con un sequestro in massa di tutti i volumi ancora in circolazione. La procura de L’Aquila fece ritirare tutti i libri grazie a una denuncia portata avanti da un cittadino che ritenne offesa la morale pubblica per le “oscenità” descritte nel volume.
Inutile dire che di offensivo non si ritrova nulla e che, anzi, è una pura e semplice realtà descritta in maniera del tutto imparziale. Tondelli ha anticipato autori come Irvine Welsh, se vogliamo, e ha gettato le basi per quella generazione anni ’90 che venne poi ribattezzata “Cannibale”.
È un pezzo di storia italiana, una regione emotiva di questo paese che nessuno ha mai avuto il coraggio di raccontare e ora è qui, nel presente, pronta per essere studiata, letta, appresa e ricordata.

Solo per stomaci forti e fegati alcoolici.

Citazione: “Il mare, il mare! Io non posso fermarmi qui, ho il mio odore da seguire, devo correre, l’autostrada mi aspetta!”.

 
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Pubblicato da su 30 agosto 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Cristiano Cavina – Un’ultima stagione da esordienti – Marcos y Marcos

Ho sentito parlare di questo autore qualche anno fa. Con il suo romanzo d’esordio vinse il premio Tondelli, quindi andava letto e va letto assolutamente.

Trama: Il romanzo è di stampo autobiografico e narra le vicende di un gruppo di ragazzi alle prese con il loro ultimo campionato di calcio giovanile – frequentano la terza media. Siamo a Casola Valsenio, luogo in cui vive l’autore; un piccolo paese di provincia dove il Dio del calcio ama farsi vedere fra campi polverosi, allenatori con una testa di cinghiale in panchina e arbitri poco capaci.
Analisi: Questo è il secondo romanzo di Cristiano Cavina. È un libro nel quale riversa il proprio vissuto, raccontandolo quasi come una favola, come un ricordo. Non ci sono dialoghi, solo “citazioni” di ciò che diceva il Mister, l’arbitro di turno e altri personaggi. Tutti in quel di Casola Valsenio.
Chi di noi non si è mai iscritto alla squadra di calcio dell’oratorio? Chi di noi non ha mai vissuto un campionato tirando calci a un pallone di cuoio secco, in mezzo a campi di ghiaia dove l’erba fresca su cui fare le scivolate, era un lusso?
Cavina racconta non solo se stesso, ma anche ognuno di noi. Riesce a entrare in una soggettività così intima da sembrare identica in ogni luogo.
E lo fa con un linguaggio informale, quasi sussurrandotelo all’orecchio. Come se stessi al bar del paese ad ascoltare le storie antiche di quei vecchietti che hanno fatto la guerra, che la vita l’hanno vissuta tragicamente.
Non c’è nulla di tragico nel libro di Cavina, forse solo la fine di una stagione che coincide con l’inizio dell’adolescenza. Forse la fine di un mondo che, prima o poi, tutti andremo a esplorare almeno una volta nella vita.
È un libro piacevole, da leggere con calma, in una giornata di sole, quando la nostalgia viene a farci visita.
 
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Pubblicato da su 10 giugno 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi

Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi
Cormac McCarthy è uno degli scrittori considerati pilastri della letteratura americana del ventesimo secolo. Sono perfettamente d’accordo con chi lo sostiene. E questo libro – e parlo ovviamente anche del film – ne è la prova.
Trama: Ambientato in Texas nel 1980, narra la storia di Lyewelyn Moss, un reduce della guerra del Vietnam che impiega il tempo come saldatore. Moss, durante una battuta di caccia, si ritrova in mezzo a un campo di battaglia, immerso in quella che subito comprenderà essere stata una guerra fra narcotrafficanti finita a colpi di pistola. Moss trova una valigia piena di soldi – che sarebbe servita a pagare la cocaina disposta in pacchetti su uno dei camion della banda.
Convinto di aver fatto la scoperta che cambierà la vita a lui e a sua moglie, torna a casa. L’ex marine non ha idea del fatto che all’interno vi è una radio ricevente e che un sicario psicopatico – Anton Chigurh – è sulle sue tracce, così come i narcotrafficanti. Di lì a pochi giorni, la vicenda precipiterà in un vortice di violenza.

Analisi: Non è un paese per vecchi lo considero un trattato di filosofia, o meglio, di sociologia contemporanea. McCarthy, tramite la narrazione e con lo stile cupo e tenebroso che lo contraddistingue ci pone davanti a una situazione reale, tangibile. Lo fa attraverso Anton Chigurh, un sicario con un’identità morale tutta sua, convinto di essere la mano del destino. Spesso decide con il lancio di una moneta la fine che faranno le sue vittime.
Il concetto della violenza di oggi si può trovare nei monologhi dello sceriffo Ed Tom Bell, che rappresenta un po’ il lato analitico della vicenda:
“A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a crederci. Mio nonno faceva lo sceriffo, cosi come mio padre. Credo ne andasse fiero, io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c’erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi che fine avrebbero fatto al giorno d’oggi. C’è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica un po’ di tempo fa, su mio arresto e su mia testimonianza. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale ma lui mi disse che la passione non c’entrava niente, che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera l’avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all’inferno. Da li a un quarto d’ora ci sarebbe andato. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa. Non è che mi faccia paura, ma non ho intenzione di uscire per andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima”.
Questo è il succo, il messaggio.
La violenza, così come la conosciamo oggi, ha un senso? Una radice che riconduce a un perché logico?
La risposta di McCarthy è, ovviamente, no.
 

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Recensione: Marco Parlato – Tiroide – Gorilla Sapiens Edizioni

Ho scoperto questo giovane autore mentre spulciavo il catalogo della casa editrice Gorilla Sapiens. Appena letto il titolo mi sono detto: “Ma cosa si può scrivere con un titolo del genere?”
La risposta è ovvia: un libro del genere.

Trama: Il libro narra la storia di Stefano, un ragazzo universitario affetto da ipertiroidismo. La sua vita oscilla fra visite mediche e vita tipica da universitario in quel di Roma, nello specifico, all’Università La Sapienza.
Il tutto condito dalle parole che Stefano legge in un quaderno trovato per caso, scritte da un uomo nigeriano immigrato, Oluwafemi
Analisi: Il libro si legge in un fiato, sono circa centoventi pagine nelle quali i riferimenti alla cultura pop abbondano. L’occhio di Stefano è critico, acido più che caustico e rivela alcuni aspetti della società poco piacevoli, ipocrisia, cinismo fine a se stesso, egocentrismo e una linea sottile, finissima, che divide un italiano medio da un immigrato medio.
Lo stile è ancora acerbo, lo si percepisce da parole come liso, ingollare. Non per questo poco attraente. La narrazione scorre, forse troppo velocemente e alcune immagini appaiono poco chiare.
Non vi è respiro, ma questo lo si può evidenziare come punto a suo favore. Vi è qualcosa di nevrotico, qualcosa del passivo-aggressivo e Marco Parlato ne fa un punto di forza nella sua narrazione.
Qui si sta sviluppando uno stile, uno scrittore e da ciò che salta all’occhio, Marco Parlato è da tenere sotto osservazione, senza dubbio.
Consiglio questo libro a tutti coloro che hanno voglia di leggere qualcosa di diverso, di particolare e alle persone che con la timidezza non hanno nulla a che fare.
 
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Pubblicato da su 11 aprile 2014 in Recensioni - Libri

 

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