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Recensione: Wes Craven – Il Serpente e l’Arcobaleno

Nella leggenda Voodoo
il serpente è il simbolo della Terra.
L’arcobaleno rappresenta invece il Paradiso.
Tra i due, tutte le creature vivono e muoiono.
Siccome è dotato di un’anima,
l’uomo può venire a trovarsi in un luogo orribile
dove la morte è solo l’inizio.

Tratto dal romanzo di Wade Davis “The Serpent and the Rainbow”, questo film di Wes Craven del 1988 è un compendio di horror, pratiche Voodoo e, più nello specifico, magia nera e negromanzia.

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Trama: Dennis Allan, antropologo di Harvard, decide di visitare Haiti in seguito alle voci e alle leggende che parlano di morti viventi in quel luogo. Più nello specifico, viene assunto per trovare una potente droga in grado di indurre uno stato di morte apparente in chi ne viene a contatto.

Analisi: Per chi conosce la serie di Nightmare e quel goliardico incubo di Freddy Krueger, guardando questo film non potrà fare a meno di sognarselo ancora una volta, di immaginare la sua mano completa di artigli strisciare sopra qualche muro sotterraneo. Possiamo ritrovare, in questo film, tutti gli elementi classici di Wes Craven: l’onirismo, le allucinazioni, la perdita di contatto con la realtà e l’ingerenza maligna nei sogni del protagonista da parte dello stregone Peytraud, con il quale si scontrerà nel finale e salverà la bella psichiatra, nel frattempo divenuta sua amante, Marielle Duchamps.
Un film nostalgico, per certi versi, che ci riporta negli anni ottanta. Non il migliore e nemmeno quello definitivo del regista, che in questo caso non supera a pieni voti la prova.

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Pubblicato da su 21 luglio 2015 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Fyodor Dostoevskij – Memorie dal sottosuolo

“Mi davo alla depravazione solitariamente io, di notte, di nascosto, pavidamente, sudiciamente, con una vergogna che non mi lasciava nei momenti più ripugnanti e che anzi in quei momenti giungeva fino alla maledizione. Già allora portavo nell’anima mia il sottosuolo. Avevo una tremenda paura che in qualche modo mi vedessero, m’incontrassero, mi riconoscessero. E giravo per vari luoghi molto oscuri.”

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Trama: Il libro si articola su due parti.
La prima si intitola Il sottosuolo, ed è un monologo nel quale il protagonista, rifugiatosi nel sottosuolo, disseziona e critica i valori del positivismo, che fonda i suoi caratteri dominanti sulla scienza e sulla ragione.
La seconda parte, intitolata “A proposito della neve bagnata” riguarda situazioni accadute sedici anni prima, quando il protagonista lavorava come impiegato burocratico.

Analisi: Questo romanzo breve, uno dei più importanti di F. Dostoewskij, si potrebbe definire come l’antitesi universale di tutto ciò che l’uomo del diciannovesimo secolo avrebbe voluto essere. Nel primo monologo Dostoewskij evidenzia l’impossibilità dell’uomo di essere incasellato, razionalizzato. L’essere umano non è schema, ma volontà e nonostante si ostini a perseguire la retta via della ragione, non può fare a meno di crogiolarsi nella sofferenza, nella compassione e nella tristezza di ciò che effettivamente è, un insetto più incline al raggiungimento del suo obiettivo che all’obiettivo stesso.
Lo scopo ultimo del genere umano non sarebbe quindi uno sconfinare nell’oltre, in qualcosa che va al di là dell’uomo, ma perseguire in eterno il suo scopo, come un limite che tende a più infinito. Ne consegue che il senso della vita risiede nella vita stessa e agli occhi del protagonista il genere umano è come lui, un essere del sottosuolo, a tratti meschino, atrofizzato su se stesso e illuso dal proprio raziocinio che, in questo caso, assurge al grado di religione, con i suoi adepti e i suoi sacerdoti.
Lungo la strada delle sue riflessioni, nel secondo racconto il protagonista fa un passo indietro lungo sedici anni, nel quale emerge la sua incapacità di relazionarsi con gli altri, le sue invidie e l’indifferenza di quest’ultimi nei suoi confronti. L’unica persona che gli mostra affetto ed empatia è Liza, una prostituta che il protagonista tratta senza ritegno, ma dalla quale si sentirà inesorabilmente attratto. È proprio Liza a farlo emergere per un istante dal sottosuolo, facendogli capire che uno dei motivi per cui conviene abbandonarsi alla vita è l’amore, nell’accezione più semplice del termine; non metafisico, non universale, ma umano, con i suoi pregi e le sue contraddizioni. Il risultato finale lo porterà a comprendere che la vita è più simile all’equazione 2×2=5, un risultato irrazionale, l’unico modo degno di viverla.

 
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Pubblicato da su 14 luglio 2015 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Francis Ford Coppola – Apocalypse now

 “Era un modo particolare che avevamo qui di vivere con noi stessi: li facevamo a brandelli con una mitragliatrice, poi gli offrivamo i cerotti.”

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Trama: Siamo nel 1969, in piena guerra del Vietnam. Il capitano Benjamin L. Willard, ufficiale dell’esercito americano, viene incaricato dal generale Corman e dal colonnello Lucas di risalire il fiume Nung fino alla Cambogia. È una missione segreta nella quale il protagonista dovrà scovare e uccidere il colonnello Walter E. Kurtz: un uomo misterioso, ribellatosi all’autorità dell’esercito, immerso in una giungla e adorato come un dio dagli indigeni del luogo.

Analisi: Non a caso ho aperto questa recensione con una citazione, forse una delle più significative. L’ipocrisia della guerra viene messa in primo piano assieme all’orrore, vero tema portante di tutto il film. È proprio quel rovescio della medaglia, il volto nascosto e ipocrita della guerra, a nutrire l’orrore di Walter Kurtz e, nella stessa misura, del capitano Benjamin Willard.
Durante la sua scalata, perché di questo si tratta, una scalata alle origini dell’orrore, il capitano Willard legge e studia la mente di Kurtz attraverso la sua vita, i suoi affetti e i suoi successi sul campo di battaglia. Kurtz è un uomo brillante, un eccelso stratega che matura una sua visione della guerra e della componente umana. Secondo la sua filosofia, un soldato deve avere in sé l’orrore e mantenere al contempo la propria umanità, per essere un perfetto guerriero. Com’è possibile unire queste due contraddizioni?
Il colonnello Kurtz lo esprime attraverso un aneddoto di guerra vissuto in prima persona:

“Ricordo, quand’ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa. Andammo in un campo, per vaccinare i bambini. Lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio. Più tardi venne un vecchio a richiamarci, piangeva, era cieco.
Tornammo al campo, erano venuti i Vietcong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato. Erano là in un mucchio, un mucchio di piccole braccia e mi ricordo che ho pianto come, come, come un madre.
Volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quello che volevo fare. E voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo.
Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito, colpito da un diamante: una pallottola di diamante in piena fronte e ho pensato: “Dio mio, che genio c’è in questo! Che genio! Che volontà, per fare questo! Perfetto, genuino, completo, cristallino, puro!
E così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perche loro lo sopportavano. Questi non erano mostri, erano uomini, quadri e addestrati. Uomini che combattevano col cuore, che hanno famiglia, che fanno figli che sono pieni d’amore, ma che avevano la forza, la forza di far questo. Se io avessi dieci divisioni di questi uomini, i nostri problemi qui si risolverebbero molto rapidamente. Bisogna avere uomini con un senso morale e che, allo stesso tempo, siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passione, senza discernimento. Perché è il voler giudicare che ci sconfigge.”

In una certa misura, il film sembra voler mettere in luce l’esigenza degli esseri umani di esprimere l’orrore. Orrore visto come sentimento umano al pari dell’amore e dal quale l’uomo non può dissociarsi. Come in un paradosso, senza l’orrore, l’uomo perde la propria umanità. Allegoriche in questo senso le scene finali, dal momento in cui il capitano Willard raggiunge il luogo in cui vive Kurtz, nel villaggio degli indigeni. Cadaveri e bambini vivono a stretto contatto, sorridono, i secondi, come se fossero a casa, mentre i primi, esanimi, dissanguati, finiscono per essere parte dell’habitat. Metafora dell’uomo che deve necessariamente convivere con il proprio orrore, per definirsi tale.

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2015 in Recensioni - Film

 

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Recensione: Enrico Bosio – Zita – Ottolibri edizioni

Recensione: Enrico Bosio – Zita – Ottolibri edizioni

Ottolibri Edizioni è una piccola casa editrice nata l’anno scorso. Pubblica otto libri di narrativa e otto di saggistica all’anno e i suoi volumi si possono trovare sia in e-book sia in cartaceo su portali come Amazon o Ibs.
Mi ha incuriosito da subito la copertina, disegnata da Stefania Morgante. Da lì a leggere la trama e, successivamente, comprarlo, il passo è stato molto breve.

Trama: Il libro – romanzo d’esordio dell’autore Enrico Bosio – parla di Zita, una talentuosa attrice dai capelli rossi che dirige, assieme alla sua numerosa famiglia, un’agenzia di scherzi. Zita vivrà un’avventura fuori dall’ordinario e incontrerà, nel corso della narrazione, molti personaggi surreali.

Analisi: Il libro è un romanzo breve che ricorda da vicino autori come Italo Calvino e il suo Marcovaldo o personaggi come quelli creati da Dino Buzzati ne Il segreto del Bosco Vecchio. Si potrebbe dire quasi una fiaba per adulti. Zita è una ragazza effervescente, lunatica, caparbia. Possiede un fascino e un magnetismo fuori dal comune – una specie di Pippi Calzelunghe per certi versi.
È alla ricerca di qualcosa, di un senso della vita forse o di un riscatto.
La narrazione è molto sciolta, il linguaggio informale rende il romanzo subito comprensibile e accattivante nonostante l’estremo surrealismo delle vicende.
Insomma, una piacevole lettura in grado di trasportare il lettore fuori dalla realtà.

 
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Pubblicato da su 12 dicembre 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Haruki Murakami – Kafka sulla spiaggia

Lo stile di Haruki Murakami è una droga. Se si comincia a leggere uno qualsiasi dei suoi libri, si finisce col non uscire più dal suo mondo. Quest’opera è senza dubbio una tappa obbligata, soprattutto per il premio conseguito: il World Fantasy Award.

kafka

Trama: Il libro si articola su due storie parallele. La prima riguarda un ragazzino di quindici anni, Tamura Kafka, abbandonato dalla madre quand’era ancora bambino. Il giorno del suo compleanno decide di scappare di casa dirigendosi verso l’isola Shikoku, soprattutto a causa di una profezia rivelatagli dal padre: “Ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre e tua sorella”. Tamura Kafka intraprende così un viaggio che lo condurrà in una biblioteca gestita da un personaggio quantomeno ambiguo – Oshima – sotto le direttive della signora Saeko, una donna non più giovane ma molto attraente. Tamura si innamorerà di lei e rivedrà nei gesti e nel suo viso il ricordo della madre scomparsa anni prima.
La seconda vicenda narra la storia di Nakata, un personaggio bizzarro che da bambino subì un incidente durante una gita scolastica. Da quel momento, nonostante un ritardo mentale e l’incapacità di leggere e scrivere, sviluppa una dote paranormale in grado di farlo comunicare con i gatti. Questa sua capacità gli consente di mettersi sulle tracce dei gatti scomparsi e di riportarli ai loro padroni. Un giorno, mentre è sulle tracce di una gatta di nome Goma, incontra un misterioso personaggio che si fa chiamare Johnnie Walker, un uomo che rapisce e uccide gatti cibandosi del loro cuore. Quest’individuo chiederà a Nakata di ucciderlo per fermare la sua stessa strage. Nakata acconsentirà, andando subito dopo alla polizia per costituirsi. L’agente preposto non crederà alla sua storia sconclusionata e così, il vecchio Nakata, prenderà la decisione di dirigersi altrove, verso luoghi a lui sconosciuti (Shikoku) poiché sentirà di avere un compito importante da svolgere.
Le vicende si intrecceranno pur rimanendo sempre distanti e parallele. Una serie di eventi bizzarri e strane congruenze renderanno la storia un unico, grande puzzle.

Analisi: Questo libro è sicuramente uno dei più assurdi scritti da Haruki Murakami. Non è semplice comprenderne il senso. Molte situazioni non hanno un vero e proprio filo conduttore, ma solo delle coincidenze. Si passa dal realismo magico de Sotto il segno della pecora, a qualcosa di quasi Ionesco, molto simbolico. Il complesso di Edipo è riscritto in chiave moderna, ma non ha un vero e proprio risvolto sulla storia. Come sempre, all’autore interessa il lato intimistico della vicenda. Ricco di dialoghi le cui tematiche variano da citazioni di Bergson a monologhi esistenzialisti – per quello che riguarda il personaggio di Tamura Kafka – risulta così essere un’opera riflessiva, un percorso individuale che varia da lettore a lettore.
Sicuramente non è il libro con cui iniziare a esplorare il mondo, se vogliamo, fiabesco di Haruki Murakami, ma è senz’altro una tappa obbligata in quell’oceano fantasioso che è la sua mente e un giro di boa sul suo percorso artistico.

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Marco Parlato – Tiroide – Gorilla Sapiens Edizioni

Ho scoperto questo giovane autore mentre spulciavo il catalogo della casa editrice Gorilla Sapiens. Appena letto il titolo mi sono detto: “Ma cosa si può scrivere con un titolo del genere?”
La risposta è ovvia: un libro del genere.

Trama: Il libro narra la storia di Stefano, un ragazzo universitario affetto da ipertiroidismo. La sua vita oscilla fra visite mediche e vita tipica da universitario in quel di Roma, nello specifico, all’Università La Sapienza.
Il tutto condito dalle parole che Stefano legge in un quaderno trovato per caso, scritte da un uomo nigeriano immigrato, Oluwafemi
Analisi: Il libro si legge in un fiato, sono circa centoventi pagine nelle quali i riferimenti alla cultura pop abbondano. L’occhio di Stefano è critico, acido più che caustico e rivela alcuni aspetti della società poco piacevoli, ipocrisia, cinismo fine a se stesso, egocentrismo e una linea sottile, finissima, che divide un italiano medio da un immigrato medio.
Lo stile è ancora acerbo, lo si percepisce da parole come liso, ingollare. Non per questo poco attraente. La narrazione scorre, forse troppo velocemente e alcune immagini appaiono poco chiare.
Non vi è respiro, ma questo lo si può evidenziare come punto a suo favore. Vi è qualcosa di nevrotico, qualcosa del passivo-aggressivo e Marco Parlato ne fa un punto di forza nella sua narrazione.
Qui si sta sviluppando uno stile, uno scrittore e da ciò che salta all’occhio, Marco Parlato è da tenere sotto osservazione, senza dubbio.
Consiglio questo libro a tutti coloro che hanno voglia di leggere qualcosa di diverso, di particolare e alle persone che con la timidezza non hanno nulla a che fare.
 
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Pubblicato da su 11 aprile 2014 in Recensioni - Libri

 

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Recensione: Steve Rodney McQueen – 12 anni schiavo

Questo film è tratto dall’autobiografia di Solomon Northup, scritta nel 1853. Mi ci sono accostato per curiosità, più che per fama.

Trama: Il film narra le vicende di Solomon Northup nel periodo immediatamente prima la guerra di secessione. Solomon è un uomo di colore, libero. Vive con la sua famiglia a Saratoga Springs, nello stato di New York. Ottimo violinista, cede all’offerta di ingaggio di due falsi agenti di spettacolo che lo venderanno come schiavo nelle piantagioni di cotone della Louisiana, sotto la guida dello schiavista Edwin Epps.
Da quel momento in avanti, Solomon rimarrà schiavo per dodici anni, cambiando più volte padrone e subendo ogni tipo di maltrattamento fisico.
Analisi: Questo è uno di quei film da vedere almeno una volta nella vita. Non si tratta di schiavismo fine a se stesso. Non è un film che accusa i bianchi, almeno, non dà quest’impressione. La parte interessante riguarda tutto ciò che accade a livello emozionale e sentimentale. Esiste una giusta dose di persone buone e di persone cattive, per dirla in termini semplici.  Ci fa comprendere come, durante lo schiavismo, esistessero comunque persone che guardavano a tale scempio come qualcosa di orribile, ignorante e senza alcun senso.
Mi ha ricordato da lontano Il colore viola di Steven Spielberg, anche se il pathos, bisogna ammetterlo, lo si ritrova in misura minore.
Consiglio questo film a tutti, perché è uno dei pochissimi, oggi in circolazione, in grado di fornire un punto di vista assolutamente neutrale ed equilibrato su ciò che è stato il razzismo e soprattutto lo schiavismo nell’America di metà ‘800.
 
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Pubblicato da su 31 marzo 2014 in Recensioni - Film

 

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