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Archivi categoria: Grotta dei sogni

Sei mai stato dall’altra parte?

Questo sogno è molto ricorrente. Più che altro sono gli elementi del sogno ad essere comuni. L’ho fatto di recente, circa una settimana fa. Ci metto sempre un po’ a metabolizzarli.
La prima cosa che vidi fu un’autostrada. Il mio sedile sobbalzava e sotto i polpastrelli delle dita potevo sentire la consistenza del suo finto velluto blu. Era un pullman, uno di quelli provinciali perché di fianco alla strada c’erano campi d’erba verde e di pannocchie. Il sole era caldo, ma non percepivo molto la temperatura. C’erano altre persone sull’autobus, potevo vedere solo la loro nuca. Alcune giovani, altre un po’ più avanti con l’età, insomma era un’insalatiera piena di soggetti – io compreso – che andavano chissà dove. Come succede spesso nei sogni in cui mi ritrovo su di un pullman, l’autista a un certo punto si preparò per effettuare una strana manovra. L’asfalto grigio cominciò a salire, il mezzo borbottava sotto le spinte del suo acceleratore. La strada si inclinò di circa quarantacinque gradi. Cambiò marcia più volte, fu sul punto di fermarsi e procedere al contrario. Senza rendermene conto, i campi di pannocchie divennero sempre più lontani, più bassi, fino a scomparire in una gola. Stavamo scalando una montagna e la strada era così ripida che credevo ci saremmo ribaltati. Al contrario di molte altre volte, il pullman riuscì ad andare avanti, a passare il tornante. Pochi secondi dopo curvò a destra. La strada tornò dritta; un rettilineo talmente lungo da mischiarsi all’orizzonte. Nessuno dei passeggeri disse nulla, era come se aspettassero quel momento. Erano calmi, guardavano fuori dal finestrino. Mi resi conto che ero l’unico a rimanere aggrappato con le unghie al sedile, rigido come un blocco di gesso. Pochi secondi dopo arrivammo oltre, non so bene come e dove, ma la sensazione era quella di aver attraversato una barriera invisibile fra il nostro mondo e l’altro. Era tutto buio, non c’era un vero e proprio pavimento. Si poteva camminare, ci si poteva guardare attorno. Qualsiasi punto osservassi, mentre scendevo dall’autobus, era nero. Le persone però erano chiare, soprattutto quelle che avevo di fianco. Davanti a noi vidi un edificio. Era comparso dal nulla, pensavo. Invece qualcuno, non so bene chi dato che parlava più nella mia testa che attorno a me, mi spiegò che quello era un albergo, un albergo molto grande nel quale i nuovi arrivati dovevano passare un po’ di tempo. Anche la parola tempo mi è difficile da utilizzare. Quella voce mi disse che lì, il tempo, non esisteva.
Mi fece vedere uno schema, una specie di mappa tracciata con delle linee bianche – in teoria erano i confini di quel mondo, ma anche quei confini non esistevano, lo faceva perché quelli come me, i nuovi, avevano ancora un punto di vista soggettivo, disse.
Puntellò gli spazi fra le linee dicendomi che quei segni rappresentavano le persone. Fece una mappa analoga, della Terra. Poi tracciò altre linee, questa volta collegavano i puntini tracciati sulla terra con quelli tracciati sulla mappa di quel luogo. Poco dopo, qualcuno ci fece entrare nell’edificio. Vidi un uomo sulla cinquantina, capelli ricci neri, fisico ben piazzato, aveva l’aria del corridore, e di fatto correva come se si stesse allenando per una maratona. Venne verso di noi e ci superò, senza dire una parola.
La sala era enorme, spaziosa e piena di tavoli lunghi disposti sia uno in fila all’altro, sia di fianco. Visto da lontano sembrava pieno di persone.
Non c’era luce elettrica. Su ogni tavolo, a distanze  ben calibrate, si trovavano candele bianche che emanavano una leggera luminescenza color miele.
Mi avvicinai a un tavolo. C’erano tre persone. Una seduta a capotavola, due ai lati. Quella di fronte a me, dall’altra parte del tavolo, non era umana.
Aveva il fisico di un uomo, il petto era più largo e le mani mostravano cinque unghie bianche e affilate. La testa era più piccola della nostra, come quella di un neonato. Aveva il mento appuntito e la carnagione scura come la notte. Gli occhi, o meglio, quelli che dovevano essere gli occhi secondo la mia logica, erano formati da una striscia bianca. Non sapevo cosa dire. Non avevo paura, in qualche modo sapevo che quel luogo non era ostile. L’unica spiegazione che mi diede la voce nella mia testa fu che il posto dal quale provenivo serviva a popolare quel luogo. Più precisamente, la voce disse che serviva a riempirlo, come una bilancia.
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Pubblicato da su 19 maggio 2014 in Grotta dei sogni

 

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Dove finisce il tuo cammino?

Questo sogno lo feci pochi mesi fa. Avevo superato alcuni problemi, alcune situazioni difficili nelle quali non c’entravo nulla, ma ero stato – come dire – tirato dentro contro la mia volontà.

Ero in macchina da solo. L’autostrada ricordava la Milano-Torino. Si vedevano le colline, le montagne sassose affacciavano sulla strada e sopra di loro c’era una fila interminabile di cipressi.
Quegli alberi crescevano e mettevano radici enormi e lunghissime che sbucavano dalla pietra e ricadevano dentro come tentacoli.
Guardavo continuamente verso l’alto, non guidavo io, probabilmente.
Non sentivo rumori, nemmeno il borbottio della macchina che cambiava marce, accelerava e rallentava. La strada era deserta.
Mi sentivo sereno, come se avessi appena finito di piangere.
Aguzzando la vista, fra i cipressi ne notai uno che aveva una parte del tronco bruciata, una bruciatura vecchia.
Tutta la parte intorno era priva di rami e foglie, come se ci fosse caduto sopra un fulmine la sera prima.
La stessa cosa la vidi su uno dei cartelli stradali che dicevano di proseguire dritto. C’era una macchia scura e l’angolo in alto a destra era stato ridotto in cenere.
Mi preoccupai e cercai subito di dare una controllata al cielo, ma era completamente azzurro e il sole spiccava come una pallina da tennis incandescente.
Man mano che andavo avanti, gli alberi diventavano sempre più alti, chiudendosi e formando una strada sterrata.
Da lontano, sopra un’enorme montagna di pietra, c’era un faggio delle dimensioni di un grattacielo alto almeno cento piani.
Le sue radici scendevano come una cascata di capelli, abbracciando tutta la montagna.
Anche lì, fra le sue radici, ne trovai una bruciata, nera e con una voragine enorme al suo interno. Ma, guardando il cielo per l’ennesima volta, tutto era chiaro e limpido.
Fermai la macchina.
In alto, proprio sul cucuzzolo di quella montagna c’era una casa. In qualche modo sapevo che solo chi ci abitava, sapeva come raggiungerla.
Mi arrampicai fra le radici del faggio. Erano calde, umide e respiravano. Si gonfiavano e sgonfiavano come il respiro di un bambino.
Ero sicuro che non mi sarebbe successo nulla di grave. Era come se quel posto fosse mio, lo avessi comprato io e lo conoscessi perfettamente.
Entrai nella voragine.
Era buio, ma non faceva freddo e non era nemmeno umido. Camminai verso una luce simile a quelle che emettono le abat-jour: calda, dolce e colorata come il miele.
Mi ritrovai in una casa, quella casa.
La prima cosa che vidi fu mia moglie. Aveva qualcosa di diverso nel viso. I capelli erano lisci e legati in un coda semplice. Le rughe attorno agli angoli alti delle labbra erano più spesse. I lineamenti lungo gli zigomi, accentuati.
Le donavano un’espressione seria, vissuta. In quel momento feci mente locale. Ero circa vent’anni più vecchio, ed eravamo sposati. Lei lavorava per un’azienda farmaceutica e la casa l’avevo voluta comprare di proposito sopra una montagna, per sentirmi e sentirci più sicuri.
A lei piaceva, ma si lamentava delle difficoltà che incontrava nel raggiungerla.
Poi mi prese per mano, senza che me ne rendessi conto. Disse di dovermi far vedere una cosa.
Mi portò in un corridoio lunghissimo, tappezzato di moquette blu e bianca. Alla fine di quel corridoio c’era una porta e dietro potevo sentire un gran vociare.
Mia moglie si fermò dietro di me e disse: “Aprila quando tutto finirà”.
Mi sedetti sul pavimento. Ebbi l’impressione che intorno a me il tempo stesse girando più velocemente. Mi guardai le mani, stavano diventando rugose e rigide.
Mi alzai, sentii un dolore tremendo alla schiena, nella zona lombare. Aprii la porta e quello che vidi furono due bambini – un maschio e una femmina – corrermi incontro.
“La grotta dei sogni è la fine di un tunnel nel quale il Bruco cataloga e ripone tutti i suoi sogni, quelli belli, fantasiosi e sereni”.
 
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Pubblicato da su 6 marzo 2014 in Grotta dei sogni

 

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Qual è il tuo sogno più grande?

Questo pomeriggio ho fatto un sogno molto particolare. Lo faccio da quando sono bambino, ma questa volta aveva alcuni dettagli in più.

Mi trovavo in uno studio di registrazione. Avevo una chitarra fra le mani e sentivo la presenza di due amici. Volevamo registrare un disco, così loro due cominciarono a suonare per primi – basso e batteria.
Quando arrivò il mio turno, gli strumenti non funzionavano, la chitarra gracchiava come una rana e il produttore continuava a dirmi cosa fare.
Così decisi di lasciar perdere e tornare un altro giorno.
Uscii.
Era pomeriggio inoltrato e guardando l’orologio notai di essere in ritardo per la cena. Mentre camminavo lungo il marciapiede, un tizio diede un calcio a un animale – forse un tasso o un riccio – e quello andò a colpire il ramo di una palma che cresceva come un cespuglio. Il ramo si spezzò e sia quello che il tasso/riccio mi guardarono e scapparono via.
Contemporaneamente mi accorsi di aver dimenticato il maglione in studio.
Tornai dentro.
C’erano alcune persone nella sala d’attesa, ma non feci caso alla loro presenza. Cercai quel maledetto produttore e soprattutto il mio maglione, ma non riuscii a trovarli.
Anzi, più mi addentravo, più l’edificio si espandeva, rigurgitava stanze, corridoi con pavimenti in moquette blu e pareti bianche.
Finii per ritrovarmi in un’aula simile a quelle universitarie: enorme, piena di sedie e con un proiettore spento in fondo alla sala. Una donna, sulla quarantina, capelli ricci e neri, mi fissava così come si guarda una cosa messa nel posto sbagliato.
Me ne andai. O perlomeno ci provai.
Passai da un corridoio all’altro e più andavo avanti, più questi tunnel diventavano trasparenti, ovali e simili alla plastica.
Raggiunsi il giardino. Vidi il cielo, era azzurro come un lapislazzuli. C’erano una moltitudine di persone, uomini e donne vestiti come se lavorassero per una multinazionale.
Salivano delle scale di vetro con dei cordoli di sicurezza, l’acqua gli arrivava alle caviglie.
Mi resi conto che anche io avevo i piedi immersi nell’acqua e mi trovavo in una delle piscine che salivano sempre più in alto attraverso quelle scale fatte a bacinelle, tutte colme d’acqua trasparente.
Provai a seguirli, ma non riuscivo a reggermi in piedi perché le piscine erano rialzate di parecchi metri rispetto al livello della strada ed erano inclinate di circa trenta gradi. Avevo paura di scivolare e cadere da chissà quale altitudine.
Non riuscivo a capire come facesse l’acqua a rimanere ferma.
A un certo punto trovai una via d’uscita: si trattava del cornicione di una casa, o almeno credo.
Credo, perché la prima cosa che mi dissi appena misi piede sopra quel letto d’erba verde fu: “Come ci sono arrivato qui?”
Guardai giù. Era molto più alto di quello che pensavo ed era pieno di bambini a terra. In alto, invece, gli adulti continuavano a salire.
Iniziai ad aver paura, la terra del cornicione cominciava a sgretolarsi.
Provai a tornare indietro, a ritornare sui miei passi e a vedere se c’era qualche via di fuga laterale, dato che il cornicione finiva in una gola dalla quale spuntavano alberi altissimi. Di fronte c’era un cortile e un condominio, i bambini giocavano dappertutto.
Nel tornare indietro la terra cominciò a trasformarsi, oltre che a sgretolarsi. I fili d’erba sfiorivano in enormi cuscini bianchi e nel punto in cui avevo cominciato a camminare, spuntarono delle piccole casette di legno sorrette da molle che dondolavano a destra e a sinistra. Un po’ come i giochi per bambini a forma di moto o di macchina nei parchi comunali.
In qualche modo riuscii a scendere, aprii la porta togliendo la serratura da una di quelle casette e mi ritrovai davanti due bambine un po’ cicciottelle, vestite di verde e con delle piccole ali trasparenti dietro la schiena. Erano folletti e anche loro mi guardavano scambiandosi occhiate come per dire: “Ma che ci fa lui qui?”

Poco dopo la pioggia mi svegliò.

“La grotta dei sogni è la fine di un tunnel nel quale il Bruco cataloga e ripone tutti i suoi sogni, quelli belli, fantasiosi e sereni.”

 
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Pubblicato da su 27 febbraio 2014 in Grotta dei sogni

 

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