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Di che colore sono i tuoi sogni?

A volte è difficile ammettere che un sogno appena fatto non sia del tutto umano.

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Mi trovavo in camera mia, in mezzo alle lenzuola arrotolate come una pasta sfoglia. Era buio fuori, il cielo nero come se qualcuno avesse spento le luci del mondo. In qualche modo, però, riuscivo a vedere nell’oscurità. C’era un fiotto di luce verde acido che sbucava da sotto il letto e rimbalzava sul soffitto.
Tastai le coperte, qualcosa si muoveva sotto, faceva avanti e indietro.
In un primo momento non ebbi il coraggio di vedere cosa fosse. Ero attratto da quella luce sotto di me. Così mi alzai, anzi, strisciai fino al bordo del letto e lasciai penzolare la testa per vedere cosa ci fosse sotto.
Era qualcosa di umanoide, giallo fosforescente. Non aveva occhi, ma dalla testa, proprio in mezzo a quella che doveva essere una fronte, spuntava una protuberanza piatta e rigida.
Mi guardò, con cosa non saprei dire, dato che non aveva occhi. Nella mia mente pensai fosse in grado di percepire le variazioni di calore cutanee e che da quelle riuscisse a individuare la mia espressione. In quel momento ero curioso, quindi non presentavo alcuna minaccia nei suoi confronti.
Tornai su con la testa, la cosa che si muoveva sotto le lenzuola non era solo una cosa, ma due, e stavano facendo sesso.
Una delle due, la femmina probabilmente – era in posizione passiva, a pancia in su, alla missionaria – aveva la testa trasparente e dal bordo del letto riuscivo a vedere il suo cervello blu che si illuminava come una gabbia di lucciole. Aveva due occhi grandi e viola, a forma di noce, un mento spigoloso e piccolo e i lineamenti molto delicati, androgeni.
Più i colpi che riceveva si intensificavano, più quelle lucciole ruotavano attorno alle sue circonvoluzioni; era uno spettacolo simile alle meduse fosforescenti che abitano gli abissi.
Il – probabile – maschio, invece, aveva l’epidermide giallo pannocchia, dall’aspetto coriaceo, duro, come pelle d’elefante. La testa si divideva in due rami cilindrici delle dimensioni di un polso, sulle cime spuntavano due occhi rossi, le sue labbra sorridevano e in qualche modo, continuando a guardare quella scena, anche io cominciai a eccitarmi.
Nel frattempo, il terzo umanoide, quello sotto al letto, salì dalla parte opposta alla mia e illuminò meglio la stanza, anche se la luce che irradiava non andava più in là della sua pelle.
Guardò gli altri due, annusò – con non so quale organo olfattivo – l’aria e si avvicinò lentamente, un po’ come farebbe un cane randagio al quale offri del cibo.
Arrivato in prossimità della femmina dal cervello blu, le diede un colpo con la sua protuberanza, quella sulla fronte, e la sua testa esplose in mille gocce della dimensione di un pugno. Notai che all’interno di ognuno di loro, vi era una lucciola. Quelle gocce, come bolle di sapone o minuscoli universi, presero a volare e a scomparire oltre il soffitto.
Il maschio, preso dalla foga, continuò il suo rito sessuale da solo e in quel momento mi svegliai.

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Pubblicato da su 17 luglio 2015 in Grotta degli incubi

 

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Cos’è l’orrore?

Mi capita di fare questo tipo di sogni fin da bambino. Prima li associavo a qualche film horror, a fotogrammi violenti visti di sfuggita al telegiornale, ma quando sono cresciuto, certe esperienze oniriche hanno acquisito un significato, una propria connotazione, come se il mio subconscio tentasse di dirmi qualcosa sulla mia natura o, più in generale. sulla natura umana.
Questo è molto recente, di qualche settimana fa.

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Mi trovavo in una casa, una villetta di quelle di provincia, eleganti, semplici.
Ero più grande, forse un uomo di mezza età. Ero seduto sulla poltrona della sala. Di fronte avevo un tavolino di vetro trasparente con le gambe in legno marrone. La poltrona e il tappeto erano di un rosso molto vivo, sanguigno.
Affianco a me, alla mia destra, c’era una donna dai capelli corti e bianchi. Indossava un maglioncino di lana grigio e dei jeans, anch’essi rossi come il tappeto e la poltrona. La guancia premuta sulla mia spalla. Forse guardavamo qualcosa alla televisione, anche se, per quel breve momento, non alzai mai gli occhi dalla sua testa.
Sembrava una normale scena di vita familiare.
Lentamente, secondo dopo secondo, la donna cominciò a cambiare. I suoi vestiti scomparvero; non si era spogliata, era come se avesse cambiato pelle.
I capelli si allungarono, tingendosi di un castano rossiccio.
Per un istante indugiai sulla forma dei suoi seni, bianchi, tondi, giovani. Ebbi l’impressione che si fossero appena formati.
Quando misi la mano sopra quello sinistro, la consistenza ricordava la morbidezza di un capo appena lavato, aveva il profumo dei frutti di bosco.
Continuando a osservarla, notai qualcosa di diverso all’altezza del bacino. C’era qualcosa che usciva dal suo stomaco, una forma, un paio di gambe e un paio di braccia. Alcuni lembi di carne penzolavano dalle cosce e dai fianchi.
Si deformava come un cumulo di patate, ed era duro quasi avesse ingerito una decina di sassi.
Provai una morsa all’altezza della gola e lo stomaco mi si chiuse. Sentivo il bisogno di vomitare, ma non avevo paura, come negli altri sogni. Era qualcosa di quotidiano. Era passato altro tempo durante quella trasformazione e noi eravamo tornati giovani.
Lei, con le sue deformità, portava a termine le faccende di casa: faceva il bucato, lavava, stirava, cucinava e, durante il pranzo e la cena, mangiava nuda di fianco a me.
Potevo vedere ogni centimetro del suo corpo, ogni curva, ogni protuberanza, tutti quei sassi ingoiati, senza provare disgusto.
Avevo accettato tutto il suo mondo – mi dicevo, mentre addentavo un pezzo di pane – non solo la sua bellezza, ma anche il suo orrore.

 
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Pubblicato da su 10 luglio 2015 in Grotta degli incubi

 

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Sei mai stato dall’altra parte?

Questo sogno è molto ricorrente. Più che altro sono gli elementi del sogno ad essere comuni. L’ho fatto di recente, circa una settimana fa. Ci metto sempre un po’ a metabolizzarli.
La prima cosa che vidi fu un’autostrada. Il mio sedile sobbalzava e sotto i polpastrelli delle dita potevo sentire la consistenza del suo finto velluto blu. Era un pullman, uno di quelli provinciali perché di fianco alla strada c’erano campi d’erba verde e di pannocchie. Il sole era caldo, ma non percepivo molto la temperatura. C’erano altre persone sull’autobus, potevo vedere solo la loro nuca. Alcune giovani, altre un po’ più avanti con l’età, insomma era un’insalatiera piena di soggetti – io compreso – che andavano chissà dove. Come succede spesso nei sogni in cui mi ritrovo su di un pullman, l’autista a un certo punto si preparò per effettuare una strana manovra. L’asfalto grigio cominciò a salire, il mezzo borbottava sotto le spinte del suo acceleratore. La strada si inclinò di circa quarantacinque gradi. Cambiò marcia più volte, fu sul punto di fermarsi e procedere al contrario. Senza rendermene conto, i campi di pannocchie divennero sempre più lontani, più bassi, fino a scomparire in una gola. Stavamo scalando una montagna e la strada era così ripida che credevo ci saremmo ribaltati. Al contrario di molte altre volte, il pullman riuscì ad andare avanti, a passare il tornante. Pochi secondi dopo curvò a destra. La strada tornò dritta; un rettilineo talmente lungo da mischiarsi all’orizzonte. Nessuno dei passeggeri disse nulla, era come se aspettassero quel momento. Erano calmi, guardavano fuori dal finestrino. Mi resi conto che ero l’unico a rimanere aggrappato con le unghie al sedile, rigido come un blocco di gesso. Pochi secondi dopo arrivammo oltre, non so bene come e dove, ma la sensazione era quella di aver attraversato una barriera invisibile fra il nostro mondo e l’altro. Era tutto buio, non c’era un vero e proprio pavimento. Si poteva camminare, ci si poteva guardare attorno. Qualsiasi punto osservassi, mentre scendevo dall’autobus, era nero. Le persone però erano chiare, soprattutto quelle che avevo di fianco. Davanti a noi vidi un edificio. Era comparso dal nulla, pensavo. Invece qualcuno, non so bene chi dato che parlava più nella mia testa che attorno a me, mi spiegò che quello era un albergo, un albergo molto grande nel quale i nuovi arrivati dovevano passare un po’ di tempo. Anche la parola tempo mi è difficile da utilizzare. Quella voce mi disse che lì, il tempo, non esisteva.
Mi fece vedere uno schema, una specie di mappa tracciata con delle linee bianche – in teoria erano i confini di quel mondo, ma anche quei confini non esistevano, lo faceva perché quelli come me, i nuovi, avevano ancora un punto di vista soggettivo, disse.
Puntellò gli spazi fra le linee dicendomi che quei segni rappresentavano le persone. Fece una mappa analoga, della Terra. Poi tracciò altre linee, questa volta collegavano i puntini tracciati sulla terra con quelli tracciati sulla mappa di quel luogo. Poco dopo, qualcuno ci fece entrare nell’edificio. Vidi un uomo sulla cinquantina, capelli ricci neri, fisico ben piazzato, aveva l’aria del corridore, e di fatto correva come se si stesse allenando per una maratona. Venne verso di noi e ci superò, senza dire una parola.
La sala era enorme, spaziosa e piena di tavoli lunghi disposti sia uno in fila all’altro, sia di fianco. Visto da lontano sembrava pieno di persone.
Non c’era luce elettrica. Su ogni tavolo, a distanze  ben calibrate, si trovavano candele bianche che emanavano una leggera luminescenza color miele.
Mi avvicinai a un tavolo. C’erano tre persone. Una seduta a capotavola, due ai lati. Quella di fronte a me, dall’altra parte del tavolo, non era umana.
Aveva il fisico di un uomo, il petto era più largo e le mani mostravano cinque unghie bianche e affilate. La testa era più piccola della nostra, come quella di un neonato. Aveva il mento appuntito e la carnagione scura come la notte. Gli occhi, o meglio, quelli che dovevano essere gli occhi secondo la mia logica, erano formati da una striscia bianca. Non sapevo cosa dire. Non avevo paura, in qualche modo sapevo che quel luogo non era ostile. L’unica spiegazione che mi diede la voce nella mia testa fu che il posto dal quale provenivo serviva a popolare quel luogo. Più precisamente, la voce disse che serviva a riempirlo, come una bilancia.
 
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Pubblicato da su 19 maggio 2014 in Grotta dei sogni

 

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Il mito di Aristofane

Credo che un sogno del genere l’abbiano fatto tutti, più o meno. Ancora non riesco a dargli un senso, una connotazione.
Mi trovavo in cucina, davanti ai fornelli. La casa era incredibilmente silenziosa e ogni cosa era al suo posto; i mobili, il lettore dvd, la televisione, la chiave di casa che ciondolava dalla serratura.
Il Sole era caldo e i raggi si distendevano lungo il pavimento come tante linee rette segnate col pennarello fosforescente.
Dovevo chiudere gli occhi o tenere la testa alzata per poterlo guardare.
Di fronte a me c’era il lavabo. Era pieno d’acqua grigia e sapone fino all’orlo. Mi avvicinai. Non c’erano rumori, non sentivo i miei passi sulle mattonelle bianche o lo sciabordio dell’acqua lungo i bordi del lavabo.
Era come se fossi sordo, sordo e muto dalla nascita. Dico questo perché, in una certa misura, nel sogno sapevo di non poter parlare o ascoltare.
Infilai le mani nell’acqua, era calda, tiepida al punto giusto.
Ciò che trovai strano, però, era la profondità. Sembrava non finire mai.
Proprio mentre i gomiti cominciavano ad affondare, sentii qualcosa.
Era un braccio, un braccio sottile quanto il mio – non faccio molta palestra, lo ammetto.
Lo afferrai con entrambe le mani e notai subito che aveva qualcosa di strano, o meglio, mi procurava la stessa sensazione che si ha quando il braccio si addormenta sotto il cuscino; è qualcosa di tuo, è attaccato al tuo corpo, eppure non lo senti, ti sembra solo un peso che hai paura di rompere.
Tirai su tutto, lentamente.
Dopo pochi secondi emerse una testa con un mucchio di capelli castani sparpagliati sopra.
Subito dopo vidi il volto: era uguale al mio.
Non mi spaventai nemmeno un po’. Anzi, sentivo di dovermi prendere cura di questo mio clone.
Aveva gli occhi sbarrati, fissi in un angolo della casa. Il viso non mostrava segni d’invecchiamento, ero io – probabilmente – a quindici o sedici anni. Nella mano sinistra reggeva qualcosa di pesante e scuro.
Lasciai per un attimo il suo corpo e tirai fuori quell’oggetto. Era una pistola, uno di quei modelli molto simili alle Glock diciassette. Tutta nera.
La raccolsi.
Guardai il pavimento, la luce riflessa e mi chiesi, senza pensarci: “Quanto dolore potrei provare nel ricevere una pallottola in mezzo alla tempia? L’avrei sentito, il dolore?”
Poi mi voltai di nuovo verso il mio clone. Stava di nuovo affondando, con gli stessi occhi sbarrati, nella stessa posizione di prima.
Lo tirai fuori dall’acqua una volta per tutte. Mentre lo trascinavo lungo il pavimento, le sue gambe cominciarono a risucchiare i peli. Era nudo. Così mi tolsi una camicia di flanella a scacchi rossi, bianchi e blu che avevo addosso e gliela misi attorno alle spalle allacciando tutti i bottoni con cura.
Cominciai a camminare verso la camera da letto e più mi avvicinavo, più questo mio clone ringiovaniva, perdeva i peli sul petto, sulle braccia, attorno alle mascelle.
Cominciarono a crescergli i capelli. Ero sempre io, ma con il corpo di una donna e avevo deciso di farci l’amore.
Di lì a qualche secondo, proprio mentre cominciavo a sbottonargli la mia camicia, mi svegliai.
 
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Pubblicato da su 9 marzo 2014 in Grotta degli incubi

 

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Dove finisce il tuo cammino?

Questo sogno lo feci pochi mesi fa. Avevo superato alcuni problemi, alcune situazioni difficili nelle quali non c’entravo nulla, ma ero stato – come dire – tirato dentro contro la mia volontà.

Ero in macchina da solo. L’autostrada ricordava la Milano-Torino. Si vedevano le colline, le montagne sassose affacciavano sulla strada e sopra di loro c’era una fila interminabile di cipressi.
Quegli alberi crescevano e mettevano radici enormi e lunghissime che sbucavano dalla pietra e ricadevano dentro come tentacoli.
Guardavo continuamente verso l’alto, non guidavo io, probabilmente.
Non sentivo rumori, nemmeno il borbottio della macchina che cambiava marce, accelerava e rallentava. La strada era deserta.
Mi sentivo sereno, come se avessi appena finito di piangere.
Aguzzando la vista, fra i cipressi ne notai uno che aveva una parte del tronco bruciata, una bruciatura vecchia.
Tutta la parte intorno era priva di rami e foglie, come se ci fosse caduto sopra un fulmine la sera prima.
La stessa cosa la vidi su uno dei cartelli stradali che dicevano di proseguire dritto. C’era una macchia scura e l’angolo in alto a destra era stato ridotto in cenere.
Mi preoccupai e cercai subito di dare una controllata al cielo, ma era completamente azzurro e il sole spiccava come una pallina da tennis incandescente.
Man mano che andavo avanti, gli alberi diventavano sempre più alti, chiudendosi e formando una strada sterrata.
Da lontano, sopra un’enorme montagna di pietra, c’era un faggio delle dimensioni di un grattacielo alto almeno cento piani.
Le sue radici scendevano come una cascata di capelli, abbracciando tutta la montagna.
Anche lì, fra le sue radici, ne trovai una bruciata, nera e con una voragine enorme al suo interno. Ma, guardando il cielo per l’ennesima volta, tutto era chiaro e limpido.
Fermai la macchina.
In alto, proprio sul cucuzzolo di quella montagna c’era una casa. In qualche modo sapevo che solo chi ci abitava, sapeva come raggiungerla.
Mi arrampicai fra le radici del faggio. Erano calde, umide e respiravano. Si gonfiavano e sgonfiavano come il respiro di un bambino.
Ero sicuro che non mi sarebbe successo nulla di grave. Era come se quel posto fosse mio, lo avessi comprato io e lo conoscessi perfettamente.
Entrai nella voragine.
Era buio, ma non faceva freddo e non era nemmeno umido. Camminai verso una luce simile a quelle che emettono le abat-jour: calda, dolce e colorata come il miele.
Mi ritrovai in una casa, quella casa.
La prima cosa che vidi fu mia moglie. Aveva qualcosa di diverso nel viso. I capelli erano lisci e legati in un coda semplice. Le rughe attorno agli angoli alti delle labbra erano più spesse. I lineamenti lungo gli zigomi, accentuati.
Le donavano un’espressione seria, vissuta. In quel momento feci mente locale. Ero circa vent’anni più vecchio, ed eravamo sposati. Lei lavorava per un’azienda farmaceutica e la casa l’avevo voluta comprare di proposito sopra una montagna, per sentirmi e sentirci più sicuri.
A lei piaceva, ma si lamentava delle difficoltà che incontrava nel raggiungerla.
Poi mi prese per mano, senza che me ne rendessi conto. Disse di dovermi far vedere una cosa.
Mi portò in un corridoio lunghissimo, tappezzato di moquette blu e bianca. Alla fine di quel corridoio c’era una porta e dietro potevo sentire un gran vociare.
Mia moglie si fermò dietro di me e disse: “Aprila quando tutto finirà”.
Mi sedetti sul pavimento. Ebbi l’impressione che intorno a me il tempo stesse girando più velocemente. Mi guardai le mani, stavano diventando rugose e rigide.
Mi alzai, sentii un dolore tremendo alla schiena, nella zona lombare. Aprii la porta e quello che vidi furono due bambini – un maschio e una femmina – corrermi incontro.
“La grotta dei sogni è la fine di un tunnel nel quale il Bruco cataloga e ripone tutti i suoi sogni, quelli belli, fantasiosi e sereni”.
 
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Pubblicato da su 6 marzo 2014 in Grotta dei sogni

 

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