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Perché continui a dormire?

Questo incubo è molto recente. Ho atteso qualche settimana per capire e mettere insieme tutti i pezzi. Ricordo che appena mi svegliai avevo chiare nella mia mente solo alcune immagini.
Mi trovavo in prossimità di un porto. Si vedevano il mare, la sabbia e la schiuma prodotta dalle onde. Camminavo fianco a fianco a una ragazza; i suoi vestiti e i capelli lunghi e lisci, ricordavano il colore nero.
Eravamo in un mercato, c’erano bancarelle che vendevano pesce, altre vendevano orecchini, anelli, ciondoli. Altri ancora, vestiti.
La ragazza non aveva un nome e durante il sogno non glielo chiesi. Era come se la conoscessi da poco, sembrava un primo appuntamento.
I suoi occhi, simili al petrolio, non puntavano mai verso di me. Camminava a circa due metri di distanza e mi parlava. Aveva il viso giovane, senza rughe e il naso pronunciato. La sua espressione era preoccupata, gli occhi si muovevano come se cercasse qualcosa o qualcuno.
Andammo avanti fino a quando il mercato non finì.
Al posto delle bancarelle sbucarono dalla sabbia alcune baracche di legno e marmo, con i tetti a forma di cono, fatti interamente di paglia marrone.
C’era molta gente sulla spiaggia e noi decidemmo di avvicinarci. La sabbia era umida, pulita, senza alghe o detriti.
Come dal nulla, lungo l’orizzonte, il mare cominciò a gonfiarsi. Quella che sembrava una piccola increspatura dovuta al mare mosso, si trasformò in un’onda; era scura, grigia, sporca.
L’onda divenne enorme, non saprei quantificare i metri, ma quando ci arrivò addosso, non si vedeva più il Sole.
Colpì la spiaggia; sradicò le capanne, le bancarelle del mercato e tutte le persone cominciarono a scappare e a urlare.
In tutto quel caos la ragazza scomparve, inghiottita dal mare. La cercai, ma non la ritrovai più.
Alla prima onda ne seguirono altre. Io finii per essere trascinato verso la strada, all’interno.
Detriti, massi, lampade, tappeti, persone, era diventato un miscuglio di cose quel posto.
Dopo aver ripreso il controllo della situazione, riuscii a trovare un palo della luce. Mi aggrappai con tutta la forza che avevo.
Una delle particolarità di questo sogno era la fatica che facevo nel tentare di muovere le braccia e le gambe.
Proprio mentre ero lì, mentre il mare lentamente si ritirava, vidi un letto, di quelli matrimoniali. Aveva lenzuola bianche e immacolate come le nuvole. Nascondevano qualcosa.
Mi avvicinai, scansai un mobile in legno e una sedia messa al contrario. Presi le lenzuola con entrambe le mani sporche di terra e le feci scivolare via, verso di me.
Sul letto c’erano circa una dozzina di bambini, non respiravano più ed erano abbracciati l’uno con l’altro.
Al centro, vestito di bianco, sdraiato assieme a loro, con gli occhi chiusi e la testa un po’ inclinata, c’era Papa Francesco.
Anche lui, come quei bambini, non respirava più.
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Pubblicato da su 22 aprile 2014 in Grotta degli incubi

 

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Dove finisce il tuo cammino?

Questo sogno lo feci pochi mesi fa. Avevo superato alcuni problemi, alcune situazioni difficili nelle quali non c’entravo nulla, ma ero stato – come dire – tirato dentro contro la mia volontà.

Ero in macchina da solo. L’autostrada ricordava la Milano-Torino. Si vedevano le colline, le montagne sassose affacciavano sulla strada e sopra di loro c’era una fila interminabile di cipressi.
Quegli alberi crescevano e mettevano radici enormi e lunghissime che sbucavano dalla pietra e ricadevano dentro come tentacoli.
Guardavo continuamente verso l’alto, non guidavo io, probabilmente.
Non sentivo rumori, nemmeno il borbottio della macchina che cambiava marce, accelerava e rallentava. La strada era deserta.
Mi sentivo sereno, come se avessi appena finito di piangere.
Aguzzando la vista, fra i cipressi ne notai uno che aveva una parte del tronco bruciata, una bruciatura vecchia.
Tutta la parte intorno era priva di rami e foglie, come se ci fosse caduto sopra un fulmine la sera prima.
La stessa cosa la vidi su uno dei cartelli stradali che dicevano di proseguire dritto. C’era una macchia scura e l’angolo in alto a destra era stato ridotto in cenere.
Mi preoccupai e cercai subito di dare una controllata al cielo, ma era completamente azzurro e il sole spiccava come una pallina da tennis incandescente.
Man mano che andavo avanti, gli alberi diventavano sempre più alti, chiudendosi e formando una strada sterrata.
Da lontano, sopra un’enorme montagna di pietra, c’era un faggio delle dimensioni di un grattacielo alto almeno cento piani.
Le sue radici scendevano come una cascata di capelli, abbracciando tutta la montagna.
Anche lì, fra le sue radici, ne trovai una bruciata, nera e con una voragine enorme al suo interno. Ma, guardando il cielo per l’ennesima volta, tutto era chiaro e limpido.
Fermai la macchina.
In alto, proprio sul cucuzzolo di quella montagna c’era una casa. In qualche modo sapevo che solo chi ci abitava, sapeva come raggiungerla.
Mi arrampicai fra le radici del faggio. Erano calde, umide e respiravano. Si gonfiavano e sgonfiavano come il respiro di un bambino.
Ero sicuro che non mi sarebbe successo nulla di grave. Era come se quel posto fosse mio, lo avessi comprato io e lo conoscessi perfettamente.
Entrai nella voragine.
Era buio, ma non faceva freddo e non era nemmeno umido. Camminai verso una luce simile a quelle che emettono le abat-jour: calda, dolce e colorata come il miele.
Mi ritrovai in una casa, quella casa.
La prima cosa che vidi fu mia moglie. Aveva qualcosa di diverso nel viso. I capelli erano lisci e legati in un coda semplice. Le rughe attorno agli angoli alti delle labbra erano più spesse. I lineamenti lungo gli zigomi, accentuati.
Le donavano un’espressione seria, vissuta. In quel momento feci mente locale. Ero circa vent’anni più vecchio, ed eravamo sposati. Lei lavorava per un’azienda farmaceutica e la casa l’avevo voluta comprare di proposito sopra una montagna, per sentirmi e sentirci più sicuri.
A lei piaceva, ma si lamentava delle difficoltà che incontrava nel raggiungerla.
Poi mi prese per mano, senza che me ne rendessi conto. Disse di dovermi far vedere una cosa.
Mi portò in un corridoio lunghissimo, tappezzato di moquette blu e bianca. Alla fine di quel corridoio c’era una porta e dietro potevo sentire un gran vociare.
Mia moglie si fermò dietro di me e disse: “Aprila quando tutto finirà”.
Mi sedetti sul pavimento. Ebbi l’impressione che intorno a me il tempo stesse girando più velocemente. Mi guardai le mani, stavano diventando rugose e rigide.
Mi alzai, sentii un dolore tremendo alla schiena, nella zona lombare. Aprii la porta e quello che vidi furono due bambini – un maschio e una femmina – corrermi incontro.
“La grotta dei sogni è la fine di un tunnel nel quale il Bruco cataloga e ripone tutti i suoi sogni, quelli belli, fantasiosi e sereni”.
 
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Pubblicato da su 6 marzo 2014 in Grotta dei sogni

 

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