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Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi

14 Mag
Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy – Non è un paese per vecchi
Cormac McCarthy è uno degli scrittori considerati pilastri della letteratura americana del ventesimo secolo. Sono perfettamente d’accordo con chi lo sostiene. E questo libro – e parlo ovviamente anche del film – ne è la prova.
Trama: Ambientato in Texas nel 1980, narra la storia di Lyewelyn Moss, un reduce della guerra del Vietnam che impiega il tempo come saldatore. Moss, durante una battuta di caccia, si ritrova in mezzo a un campo di battaglia, immerso in quella che subito comprenderà essere stata una guerra fra narcotrafficanti finita a colpi di pistola. Moss trova una valigia piena di soldi – che sarebbe servita a pagare la cocaina disposta in pacchetti su uno dei camion della banda.
Convinto di aver fatto la scoperta che cambierà la vita a lui e a sua moglie, torna a casa. L’ex marine non ha idea del fatto che all’interno vi è una radio ricevente e che un sicario psicopatico – Anton Chigurh – è sulle sue tracce, così come i narcotrafficanti. Di lì a pochi giorni, la vicenda precipiterà in un vortice di violenza.

Analisi: Non è un paese per vecchi lo considero un trattato di filosofia, o meglio, di sociologia contemporanea. McCarthy, tramite la narrazione e con lo stile cupo e tenebroso che lo contraddistingue ci pone davanti a una situazione reale, tangibile. Lo fa attraverso Anton Chigurh, un sicario con un’identità morale tutta sua, convinto di essere la mano del destino. Spesso decide con il lancio di una moneta la fine che faranno le sue vittime.
Il concetto della violenza di oggi si può trovare nei monologhi dello sceriffo Ed Tom Bell, che rappresenta un po’ il lato analitico della vicenda:
“A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a crederci. Mio nonno faceva lo sceriffo, cosi come mio padre. Credo ne andasse fiero, io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c’erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi che fine avrebbero fatto al giorno d’oggi. C’è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica un po’ di tempo fa, su mio arresto e su mia testimonianza. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale ma lui mi disse che la passione non c’entrava niente, che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera l’avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all’inferno. Da li a un quarto d’ora ci sarebbe andato. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa. Non è che mi faccia paura, ma non ho intenzione di uscire per andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima”.
Questo è il succo, il messaggio.
La violenza, così come la conosciamo oggi, ha un senso? Una radice che riconduce a un perché logico?
La risposta di McCarthy è, ovviamente, no.
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