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Dove finisce il tuo cammino?

06 Mar

Questo sogno lo feci pochi mesi fa. Avevo superato alcuni problemi, alcune situazioni difficili nelle quali non c’entravo nulla, ma ero stato – come dire – tirato dentro contro la mia volontà.

Ero in macchina da solo. L’autostrada ricordava la Milano-Torino. Si vedevano le colline, le montagne sassose affacciavano sulla strada e sopra di loro c’era una fila interminabile di cipressi.
Quegli alberi crescevano e mettevano radici enormi e lunghissime che sbucavano dalla pietra e ricadevano dentro come tentacoli.
Guardavo continuamente verso l’alto, non guidavo io, probabilmente.
Non sentivo rumori, nemmeno il borbottio della macchina che cambiava marce, accelerava e rallentava. La strada era deserta.
Mi sentivo sereno, come se avessi appena finito di piangere.
Aguzzando la vista, fra i cipressi ne notai uno che aveva una parte del tronco bruciata, una bruciatura vecchia.
Tutta la parte intorno era priva di rami e foglie, come se ci fosse caduto sopra un fulmine la sera prima.
La stessa cosa la vidi su uno dei cartelli stradali che dicevano di proseguire dritto. C’era una macchia scura e l’angolo in alto a destra era stato ridotto in cenere.
Mi preoccupai e cercai subito di dare una controllata al cielo, ma era completamente azzurro e il sole spiccava come una pallina da tennis incandescente.
Man mano che andavo avanti, gli alberi diventavano sempre più alti, chiudendosi e formando una strada sterrata.
Da lontano, sopra un’enorme montagna di pietra, c’era un faggio delle dimensioni di un grattacielo alto almeno cento piani.
Le sue radici scendevano come una cascata di capelli, abbracciando tutta la montagna.
Anche lì, fra le sue radici, ne trovai una bruciata, nera e con una voragine enorme al suo interno. Ma, guardando il cielo per l’ennesima volta, tutto era chiaro e limpido.
Fermai la macchina.
In alto, proprio sul cucuzzolo di quella montagna c’era una casa. In qualche modo sapevo che solo chi ci abitava, sapeva come raggiungerla.
Mi arrampicai fra le radici del faggio. Erano calde, umide e respiravano. Si gonfiavano e sgonfiavano come il respiro di un bambino.
Ero sicuro che non mi sarebbe successo nulla di grave. Era come se quel posto fosse mio, lo avessi comprato io e lo conoscessi perfettamente.
Entrai nella voragine.
Era buio, ma non faceva freddo e non era nemmeno umido. Camminai verso una luce simile a quelle che emettono le abat-jour: calda, dolce e colorata come il miele.
Mi ritrovai in una casa, quella casa.
La prima cosa che vidi fu mia moglie. Aveva qualcosa di diverso nel viso. I capelli erano lisci e legati in un coda semplice. Le rughe attorno agli angoli alti delle labbra erano più spesse. I lineamenti lungo gli zigomi, accentuati.
Le donavano un’espressione seria, vissuta. In quel momento feci mente locale. Ero circa vent’anni più vecchio, ed eravamo sposati. Lei lavorava per un’azienda farmaceutica e la casa l’avevo voluta comprare di proposito sopra una montagna, per sentirmi e sentirci più sicuri.
A lei piaceva, ma si lamentava delle difficoltà che incontrava nel raggiungerla.
Poi mi prese per mano, senza che me ne rendessi conto. Disse di dovermi far vedere una cosa.
Mi portò in un corridoio lunghissimo, tappezzato di moquette blu e bianca. Alla fine di quel corridoio c’era una porta e dietro potevo sentire un gran vociare.
Mia moglie si fermò dietro di me e disse: “Aprila quando tutto finirà”.
Mi sedetti sul pavimento. Ebbi l’impressione che intorno a me il tempo stesse girando più velocemente. Mi guardai le mani, stavano diventando rugose e rigide.
Mi alzai, sentii un dolore tremendo alla schiena, nella zona lombare. Aprii la porta e quello che vidi furono due bambini – un maschio e una femmina – corrermi incontro.
“La grotta dei sogni è la fine di un tunnel nel quale il Bruco cataloga e ripone tutti i suoi sogni, quelli belli, fantasiosi e sereni”.
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Pubblicato da su 6 marzo 2014 in Grotta dei sogni

 

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