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Eros e Thanatos

04 Mar

È ancora lì quella stronza. Ancora lì a darsi da fare con quello scemo, mentre io devo starmene chiuso in questa stanza a nutrirmi del suo odore e dei suoi ricordi. Ormai sono tre settimane che ci esce.
Perché non mi considera? Dov’è che sbaglio?
Certo, non sarò un modello o un facoltoso uomo d’affari, ma lei è così giovane e io tremendamente assuefatto.
La conosco da una vita eppure, nonostante i nostri occhi si siano incrociati innumerevoli volte, non sono mai riuscito a penetrarli.
Preferisce la compagnia di quella specie di eunuco alle follie di un romantico come me.
Penso a lei, tutte le notti, in questa stanza. Non riesco a decifrare la percezione che nutro per il suo corpo.

Percorro il corridoio che porta al bagno. Le riviste porno le nascondo nel solito posto, all’interno dello scarico del cesso.
Quelle non osano tradirmi, mai.
Certo, di donne qui ce ne sono per tutti i gusti, ma la mia mano segue le sinuosità delle sue cosce. Cazzo, non riesco a togliermela dalla mente.
Quel patetico “ciao” prima di uscire, quel sorriso confezionato.
Giuro che quando torna l’ammazzo. Si! Così sarà solo mia, per sempre. Non mi frega di finire in galera e nemmeno cosa penseranno i miei di tutta questa storia.
Così voglio vedere chi ricatta, voglio vedere con quale scusa cercherà di frenare i miei istinti. Per quelli ormai non esiste controllo.
Ed è sempre stato così; io, lei, le giornate passate a letto.
– Se provi a fare il furbo lo dico a tutti, chiaro?
Sempre la stessa frase. Lo stesso gioco di parole e catene mentali. E’ troppo piccola per me, questo lo so. Forse ho sbagliato, non dovevo lasciarmi andare in quel modo.

Non mi serve molto per macchiare di bianco le riviste che reggo sulle gambe. Le richiudo senza pulirle e mi tiro su i jeans. Non mi lavo nemmeno le mani. Non lo faccio mai.
Ogni sera, di solito, mi faccio una sega e le rifilo la mia poltiglia bianca fra il secondo e il dessert. Tanto non se ne accorge.
Tra pochi minuti sarà di ritorno, meglio prepararmi, la casa è vuota.
Mi affaccio alla finestra e osservo quella maledetta cinquecento parcheggiare davanti al viale. Da quando la vedo salire su quella scatoletta – quasi tutte le sere – odio il colore blu.
Pochi minuti dopo suona il citofono, è lei.
Apro senza risponderle e lascio la porta aperta. Assaporo ogni rumore che emette; dal cigolio fino ai suoi passi sul parquet.
– Ehi Robi, sei in casa?
Non le rispondo. Attendo dietro la porta della mia stanza. In silenzio. Lei la sorpassa lentamente e io sbuco subito dopo dalla soglia, afferrandola per i capelli.
La frenesia aumenta, le mascelle si serrano.
La mia mano libera aderisce alle labbra, sigillandogliele per sempre.
La trascino verso il bagno, il luogo più vicino. Sento l’odio vibrare attraverso le mie braccia.
Sbatto con forza la sua faccia sul bordo del lavandino. Una volta, due. Alla terza un rigagnolo vermiglio inizia a sgorgare dal suo naso. Continuo, non riesco più a fermarmi.
Le sue ginocchia cedono. Nel riflesso dello specchio vedo il suo sorriso spezzarsi sotto i miei colpi.
La lascio cadere sul pavimento. Un minuto dopo mi ricordo di respirare. Deglutisco l’aria viziata dai suoi odori. La divorerei se potessi.
Mi inginocchio. Ascolto gli ultimi battiti. Il suo respiro tramutato in piccoli rantoli soffocati. Avvicino le mie labbra al suo orecchio, le scosto delicatamente le ciocche bionde insanguinate.
– Visto sorellina? Te l’avevo detto che prima o poi l’avresti pagata.

“La grotta degli incubi è la fine di un tunnel nel quale il Bruco cataloga e ripone tutti quei sogni in cui la pace e la serenità sono bandite per legge”.

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Pubblicato da su 4 marzo 2014 in Grotta degli incubi

 

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