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Recensione: Franz Kafka – La metamorfosi

01 Mar
Inizio subito dicendo che sono di parte. Franzk Kafka è così reale da entrarti dentro per effetto osmosi. Come sarà successo a molti di voi, Kafka l’ho incontrato a scuola. Se ne stava nascosto fra le pagine, timido timido e un po’ miserabile.
Franz Kafka Nacque a Praga nel 1883 e morì di tubercolosi a Kierling nel 1924. In vita, molte delle sue opere non furono mai pubblicate. Persona molto angosciata, soffrì di anoressia nervosa e disturbo ossessivo compulsivo. I suoi scritti – per alcuni critici molto vicini a quella corrente di pensiero che sarà definita in seguito esistenzialismo – riflettono le sue ansie e il suo punto di vista nei confronti della condizione umana.
La metamorfosi è un libro da leggere quando si ha il punto di vista giusto per farlo. A metà fra surrealismo e realismo magico, racconta la storia sfortunata di Gregor Samsa – pseudonimo che ricorda non poco il nome del suo autore – alle prese con un evento totalmente inaspettato.
Una mattina come tante altre, Gregor Samsa, un commesso viaggiatore che lavora per mantenere la sua famiglia, si risveglia trasformato in un gigantesco e ripugnante insetto.
Da questo momento dovrà fare i conti con la sua nuova condizione e con le reazioni avverse dei suoi familiari.
Questo libro è in grado di delineare tutti gli aspetti psicologici e relazionali di Kafka. Il difficile rapporto con il padre, il senso di alienazione e angoscia.
L’autore prende una famiglia normale, una persona normale e, invece di trasformare il tutto o far evolvere gli eventi emozionali secondo le normali logiche umane, mette in piedi una situazione immaginifica e allegorica. La metafora del diverso; ripudiato, odiato ed emarginato.
Non esiste via di fuga per il protagonista, al contrario, può solo fare i conti con la propria condizione, accettarla così com’è e mettersi il cuore in pace.
L’evoluzione, in questo libro, risiede nel processo di spersonalizzazione nel quale Gregor Samsa – che in un certo senso rappresenta l’individuo emarginato – viene risucchiato.
Sentirsi diverso, essere ripudiato e lasciato solo. Il senso di claustrofobia (psicologica soprattutto) metaforizzato dal fatto che Gregor Samsa non lascia mai la propria stanza.
Elementi che concorro tutti nel rendere il grottesco una situazione reale e sentita nel lettore, una condizione sempre presente e pronta a emergere.
Non esiste un lieto fine, non troverete un finale aperto alle interpretazioni.
Più la narrazione procede, più comincerete a odiare Gregor Samsa più dei suoi stessi genitori. Kafka riesce a far sentire al lettore tutto il peso della sua condizione.
E’ come leggere una lenta e dolorosa agonia, e sapere già che non vi sarà via d’uscita se non la morte. Lo sappiamo, appena Gregor Samsa si risveglia da insetto, che morirà di lì a poco. Eppure non riusciamo a fare a meno di arrivare fino alla fine proprio perché non possiamo andare contro le logiche della condizione umana.
L’uomo si fa granello di sabbia, debole, piccolo e insignificante. E attraverso questo racconto Franzk Kafka ce lo fa capire, dimostrando che, messi a confronto con la vita, siamo tutti un po’ miserabili.
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Pubblicato da su 1 marzo 2014 in Recensioni - Libri

 

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