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Recensione: Gabriel Garcìa Marquez – Cent’anni di solitudine

27 Feb

Un paio di estati fa – forse il 2011 – stavo andando a trovare i miei nonni a Lido di Savio e mentre l’autobus faceva sosta in autogrill, cercai qualcosa da leggere nelle due settimane successive, dato che non c’è mai nessuno in quel posto.
Per caso capitai davanti a una vetrina e, sempre per caso, lì tutto solo scovai questo libro. Non fui attratto dalla copertina o dalla scritta che capeggiava bella grande “Premio Nobel per la letteratura nel 1982“.
Era il titolo a essere tremendamente malinconico. Non lessi neanche la trama, lo comprai e scoprii l’isola del tesoro ancora prima di vedere il mare.

Gabriel Garcìa Marquez è nato ad Aracataca – Colombia – nel 1927 ed è ancora oggi vivente nonostante il morbo di Alzheimer non gli permetta più di scrivere. Nella sua vita ha fatto il giornalista e ha tentato la carriera universitaria in giurisprudenza e scienze politiche, senza mai portarle a termine. E’, forse, il più importante esponente colombiano del genere definito realismo magico.

Appena cominciai a leggerlo non mi piacque subito. Il punto debole lo trovai nello stile narrativo in terza persona, quasi del tutto privo di dialoghi.
I personaggi sono molti, forse troppi e potrebbe facilmente confondere il lettore. I capitoli sono divisi in numeri, senza titoli, e la leggenda narra che Marquez ci mise ben quindici anni per dargli un senso e cominciare a scriverlo.

Il libro narra la storia, srotolata in cent’anni, della famiglia Buendìa e delle loro vicissitudini in quel di Macondo – città immaginaria fondata dal capostipite dei Buendìa – che ricorda non poco i luoghi vissuti da Marquez nella realtà.
Il tempo è ciclico, infinito. La città di Macondo viene visitata dagli zingari, che a ogni ritorno recano con sé nuovi oggetti e cianfrusaglie varie. Agli abitanti della città sembrano non invecchiare mai.
Tra tutti c’è un uomo, amico di famiglia dei Buendìa – Melquiades – che tenta invano di decifrare un misterioso manoscritto.
Durante quel secolo intero molti della famiglia tentano di capirne il significato, fino a quando l’ultimo superstite non scopre la lingua nella quale è scritto, arrivando così al senso finale.
Un finale che non posso raccontarvi.

In questo libro ho trovato un meccanismo, più che un senso. Un modo di interpretare la vita. Macondo, in una certa maniera, rappresenta la costante nella quale siamo tutti immersi, il tempo infinito e – proprio per il suo essere infinito – ciclico, come un eterno ritorno. Poi c’è la volontà di potenza dell’essere umano, in grado di trasformare se stesso e ciò che lo circonda.
La vita è un continuo, eterno ritorno.
Noi ripetiamo le azioni dei nostri genitori, i nostri genitori ripetono le azioni dei nostri nonni. E in tutto questo esiste un’infinitesimale variazione che, nonostante la nostra volontà, cambierà riportandoci al punto di partenza proprio perché destinata a perdersi in se stessa.

Si potrebbe aprire un dibattito sull’argomento, ma non è questo il caso.

E’ un libro da leggere in estate, di questo ne sono sicuro. E almeno una volta nella vita va assaporato in tutta la sua crudezza.

Lo consiglio a chi crede che la propria strada non sia quella giusta, agli amanti di Borges e agli appassionati di realismo magico.

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Pubblicato da su 27 febbraio 2014 in Recensioni - Libri

 

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